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MPAA, nuove denunce e appello alla Corte Suprema

Mentre la MPAA prepara la battaglia finale contro il P2P presso la Corte suprema, la stessa associazione getta benzina sul fuoco preannunciando un nuovo pacchetto di denunce in arrivo per anonimi utenti colpevoli di aver scambiato film online

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In un momento strategico per gli equilibri della battaglia tra la fazione della produzione e gli utenti del P2P, la MPAA getta ulteriore benzina sul fuoco aumentando la tensione della battaglia: nuove denunce sono pronte contro utenti la cui colpa è quella di aver scambiato tramite la Rete file coperti da copyright.

Il primo round aveva preso luogo nel Novembre 2004: dalla MPAA erano infatti scattate 200 denunce sulla falsa riga di quanto portato avanti già da tempo dalla omologa RIAA. Il secondo round ancora non offre numeri certi, ma è significativo il fatto che il tutto cada proprio nelle ore successive all’annuncio della richiesta che una coalizione di associazioni e aziende ha portato innanzi alla Corte Suprema al fine di rivedere la giurisprudenza finora accumulata sul caso.

«Non permetteremo di rubare i nostri film ed altri prodotti online, e useremo tutto ciò che abbiamo a disposizione per incoraggiare gli utenti ad obbedire alla legge»: così si è espresso in proposito Dan Glickman, CEO della Motion Picture Association of America.

L’aspetto legale concernente le denunce per le migliaia di John Doe additate da MPAA e RIAA cade però fondamentalmente in secondo piano rispetto alla grande revisione che lo stesso polo ha richiesto alla Corte Suprema: se le precedenti sentenze dovessero essere ribaltate il P2P vedrebbe pesantemente vincolata la propria attività (chi distribuisce software per il file sharing dovrebbe rispondere delle conseguenze relative agli usi che l’utente fa del software).

In caso contrario si proseguirebbe con il paradigma odierno, quello secondo il quale il produttore di uno strumento non è direttamente responsabile dell’uso che dello strumento vien fatto. La teoria oggi in vigore affonda le proprie radici proprio in una precedente sentenza della Corte Costituzionale (caso Betamax, 1984).