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Facebook e l’illusione della privacy

In un recente studio, alcuni ricercatori di Google sottolineano come gli utenti percepiscano livelli di privacy molto più alti rispetto a quelli realmente offerti dai social network. Tale condizione espone a un'anomala esposizione dei dati riservati

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La privacy degli utenti può vacillare anche a causa dei link non desiderati verso i loro spazi sui social network. Spesso chi possiede più profili online non ha desiderio che gli stessi siano messi in relazione tra loro poiché la Rete favorisce la creazione di più porzioni di una medesima identità, magari anche profondamente in contraddizione tra loro. Banalizzando molto, e seguendo l’esempio riportato dai ricercatori di Google, chi è appassionato di armi e giardinaggio non ha magari piacere che il gruppo di amici con cui condivide le impressioni su pistole e fucili venga a contatto con il gruppo di utenti con i quali scambia consigli e impressioni per coltivare le rose.

Mantenere separate le due attività significa dover mascherare la propria identità, ma un semplice trackback inviato al proprio blog da una vecchia amica appassionata di floricoltura e che conosce la reale identità dell’utente può mandarne rapidamente in fumo l’anonimato. Una volta messo in relazione il blog con il suo reale proprietario qualsiasi internauta, con un minimo di esperienza, potrà ricostruire le altre identità presenti in Rete, vanificando qualsiasi sforzo per mantenere un minimo di privacy. Il disvelamento dell’identità può, inoltre, avvenire attraverso altri servizi sociali tipici del Web 2.0 come i sistemi per la condivisione dei video, delle fotografie e di altri contenuti multimediali. Un link accidentale o un semplice tag possono aprire la strada a un rapido riconoscimento.

Per i ricercatori di Google, comunque, il maggior rischio deriverebbe dai recenti sistemi sviluppati per aggregare in un unico sito tutte le attività svolte sui diversi servizi sociali del Web 2.0. Fondendo insieme profili e attività, questi aggregatori mettono spesso in correlazione tra loro anche i contatti posseduti da ogni utente sui diversi social network. Ciò espone indirettamente gli utenti a una riduzione della loro privacy online senza esserne consapevoli.

L’esempio offerto dalla ricerca espone efficacemente tale condizione: «Supponiamo che Alice abbia un alter ego, Vinylgirl, e anche Bob ne abbia uno, Leatherboy. Alice e Bob sono in contatto su un sito come Facebook o LinkedIn, mentre Leatherboy e Vinylgirl sono anche amici su un sito web per chi ha abitudini sessuali “diverse”. Bob (o magari il suo aggregatore) potrebbe correlare Alice con Vinylgirl ma la stessa potrebbe non essere felice che Bob venga a conoscenza di questa correlazione, ma soprattutto di avere un’informazione del genere pubblicata su un sistema per aggregare i contenuti dei social network online». L’identità di Alice è stata così sostanzialmente svelata senza che la stessa avesse autorizzato tale eventualità.

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