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Brigate Facebook

Il fuoco incrociato contro Facebook è arrivato al corto circuito definitivo. I gruppi che inneggiano alla violenza si sono moltiplicati sull'onda dell'eco dei media mainstream ed il caso politico diventa un caso sociale. Eppure sarebbe bastato poco...

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Ora, a queste verità occorre anteporne alcune utili a descrivere il contesto. Come opportunamente segnalato da Alessandro Gilioli, giornalista de L’Espresso (in questa battaglia satura di odor politico occorre mettere in campo con trasparenza le varie posizioni), i gruppi che perpetrano medesima apologia di reato sono in realtà molti: «Informo che tra gli altri anche Mughini, Bassolino, Mourinho, Moccia, Quaresma, Arisa, Hamilton, Ibrahimovic, Turigliatto, Vasco Rossi, Venditti, Maurizio Mosca, Salvatore Bagni, Giusy Ferreri, Enrico Varriale, Fabrizio Corona, Anna Tatangelo, Luca Toni, Zack Efron, Massimo Mauro, Britney Spears, Simone Perrotta, Max Pezzali, Valentino Rossi, Josè Altafini, i Dari e Topo Gigio condividono con Silvio Berlusconi l’onore di avere gruppi su Facebook che invitano al loro omicidio». A questi occorre aggiungere anche il famigerato gattino “Virgola”, quello delle suonerie, che ha meritato un gruppo ad hoc con oltre 9500 membri. L’elenco deve però comprendere anche “Karina” e “Costantino”, nonché “Patty” e molti altri personaggi. Alla query “uccidiamo” Facebook segnala almeno 500 risultati possibili. Il che non può non essere significativo.

Alfano, Maroni e La Russa hanno ragione su di un fatto inoppugnabile: non è cosa buona e sana uno sfogo che inneggia alla morte. Non è mai buono, in nessun modo, in nessuna forma, in nessun contesto. Tantomeno in questo momento di tensione. Quello che i tre non sanno, probabilmente, è il fatto che dar rilevanza pubblica a questi gruppi significa moltiplicarne l’esposizione. Perché se prima di questi giorni il gruppo “Uccidiamo Berlusconi” raggiungeva soltanto 12mila persone “colpevoli” di un click, ora le persone sono già 17mila ed il verbo è stato moltiplicato per i milioni di italiani che guardano la tv. Un messaggio tutto sommato sussurrato come boutade di pessimo gusto, grazie ai media mainstream diventa un urlo di vendetta dai toni esasperati.

Il corto circuito avviene a questo stadio: nel passaggio da poche bacheche a milioni di schermi. Con una stima molto semplice: su 100 italiani che hanno visto un tg nelle ultime 48 ore, il 45% non ha idea di cosa sia Internet (1 italiano su 2 non ha mai avuto accesso al Web). Il 55% degli italiani, quindi, ha la possibilità di formarsi una opinione propria sul fenomeno, sebbene in questo gruppo soltanto una fetta (sia pur se consistente) può asserire con sicurezza come e perchè nascano gruppi simili, come ci si iscriva e quale valore abbia la medesima iscrizione.

Il 45% degli italiani, chi non ha mai avuto accesso alla Rete, identifica nelle accuse di Alfano un giusto urlo al cospetto di una “Brigata Facebook” che trama nell’ombra contro un esponente politico. Non potrebbe essere altrimenti: se Facebook fosse un media mainstream (invece che un social network che propone soltanto i contenuti a chi li cerca tra i contenuti dei propri “amici”) il teorema sarebbe corretto. Difficile far capire a chi non conosce il Web quale sia la reale dinamica che va a scatenarsi. Il corto circuito dunque è tutto qui: informazioni impossibili da trasmettere, significati che non passano, incomprensioni di fondo basate su di una “ignoranza” tecnologica che fa da sfondo ad un dibattito politico dai contenuti corrotti.

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