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Google, 20 mld alle Bermuda: 4 in più del 2016

Anche quest'anno Google ha deciso di trasferire una cifra monstre da una sua compagnia olandese ad uno dei paradisi fiscali più gettonati del mondo.

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19,9 miliardi di euro alle Bermuda nel 2017. È una delle maxi operazioni finanziarie di Google, che anche quest’anno ha deciso di trasferire una cifra monstre da una sua compagnia “di comodo” olandese ad uno dei paradisi fiscali più gettonati del mondo.

A riportare l’operazione è Reuters. Secondo l’agenzia di stampa britannica a traferire i fondi sarebbe stata nello specifico la società “di copertura” Google Netherlands Holdings BV, superando di 4 miliardi di euro la cifra trasferita nel 2016.

Paghiamo le tasse dovute e rispettiamo le leggi fiscali in tutti i paesi in cui operiamo nel mondo – scrive Google in un comunicato stampa – Google, come altre società multinazionali, paga la maggior parte delle sue imposte sul reddito delle società nel suo paese di origine, e abbiamo pagato un’aliquota fiscale globale effettiva del 26% negli ultimo 10 anni

Per circa dieci anni, accordi sottoscritti con le autorità competenti hanno permesso a Google di godere di un’aliquota fiscale effettiva molto vantaggiosa suoi profitti provenienti da fuori Stati Uniti d’America, circa un quarto rispetto all’aliquota media presente nei suoi mercati d’oltreoceano.

La filiale olandese di cui sopra viene quindi sfruttata dal colosso di Mountain View per trasferire le entrare dalle royalties guadagnate al di fuori degli USA a Google Ireland Holdings, una filiale con sede nelle Bermuda, dove le società non pagano alcuna imposta sul reddito.

Una strategia fiscale nota come “doppio irlandese con panino olandese”, per ora legale, e che permette a Google di evitare l’attivazione delle imposte sul reddito degli USA o delle ritenute d’acconto europee sui fondi, che rappresentano la maggior parte dei suoi profitti all’estero.

Ciononostante, nel 2014, sotto pressione dell’Unione Europea e degli USA, l’Irlanda dovrà cancellare questi vantaggi fiscali garantiti sinora a Google a partire dal 2020.

Fonte: The Guardian • Immagine: Unsplash