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Perché alla gente non importa della privacy?

Gli analisti e gli esperti spesso predicano nel deserto: ascoltiamo annuendo con le orecchie, agiamo diversamente con le mani e un domani ce ne pentiremo.

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Non sono affatto sorpreso che Cambridge Analytica abbia utilizzando i dati di Facebook a nostra insaputa. Sono sorpreso di quante persone siano sorprese. Non so se è un fatto generazionale o cosa, ma dobbiamo riconoscerlo come professionisti dell’informazione. La ragione per cui la Silicon Valley è entrata nelle nostre vite quotidiane in modo così fluido è perché i loro prodotti sono generalmente utili, intuitivi e progettati per creare dipendenza.

Qualcuno potrebbe non considerare un problema il fatto che un articolo correlato a quello che abbiamo comprato in precedenza su Amazon compaia in giro per la rete, del resto lo abbiamo acquistato volontariamente. Ma la maggior parte è d’accordo sul fatto che quando i nostri Mi piace di Facebook sono utilizzati per influenzare le elezioni e quindi la politica globale, dovremmo prestare attenzione. Come giornalisti è importante notare questa nuova realtà.

Il punto è che la dedizione alla privacy non gode della stessa stima da parte di tutti. Il motivo? Probabilmente c’è chi pensa di non avere nulla da nascondere ma tu, come tutti gli altri, in realtà ce l’hai. Il problema principale dell’argomento “niente da nascondere” è che la credenza si basa sulla questione che la privacy è importante solo se si ha qualcosa da tenere segreto. Invece no, la riservatezza non è un meta a cui devono puntare solo gli investigatori, i criminali, i bugiardi, chi tradisce mogli e fidanzate, no. Se iniziamo a discutere sul fatto che io o tu non abbiamo nulla da preservare, allora abbiamo già perso.

Nell’era pedissequamente irritante dei social, tutti condividono tutto, è vero. Questo non vuol dire che io voglia condividere qualcosa che non va condiviso. Un esempio? Ogni mattina vedo mia moglie senza trucco; ci sono abituato ma non le farei mai una foto da postare su Facebook; non prima del divorzio (e forse nemmeno dopo, sarebbero guai ancora più grossi). Quando incontro un collega che proprio non sopporto faccio finta di nulla, procedo e vado avanti ma questo non vuol dire twittare quanto sia fastidioso dover salutare chi non si vuole. Insomma, è questione di segmentazione: certe attività vanno online, altre no.

Ma chi ci spia, per qualsiasi motivo, non si limita mica solo a raccogliere i dati diffusi in rete. Seguendo lo schema precedente sarebbe molto inutile, poco interessante e infruttuoso. Ed è il motivo per cui aziende e soggetti mossi dalle agenzie bucano i servizi e le app: prelevare dalle nostre vite quanto è davvero nascosto e intimo perché, declinato in prodotti, considerazioni e modi di comportamento, è ciò che ci spinge ad agire per soddisfare un desiderio o un’opinione recondita.

Perché quindi non riusciamo a convincere le persone a preoccuparsi della privacy? Forse perché è impossibile. Gli esseri umani non sanno sempre cogliere la migliore intuizione e valutare correttamente momenti di causa-effetto, soprattutto con una visione dilungata nel tempo e nello spazio. Ed eccolo lì, la rivelazione che tanto temi può tornare indietro, come boomerang, magari tra un decennio, e allora ci sarà ben poco da fare.

Ogni settimana o due si leggono notizie di milioni di persone coinvolte in perdite di informazioni, più o meno per colpa di chi quelle informazioni dovrebbe assicurarle. Alcuni furti proprio non dipendono da noi, altri si. Ed è per questo che serve un piano. Un piano che spieghi che la mancanza di sicurezza non è un fatto naturale, è il risultato di decisioni consapevoli fatte da persone che erano ostili o indifferenti a pratiche di difesa, magari banali. Un piano che mostri cosa si può fare per mantenere i propri dati al sicuro, per la persona, per l’impresa, per la posizione che si ricopre nella società, per la propria famiglia. Quando accetto le policy do un sito so davvero di cosa si tratta? Quando clicco su quel link nella mail sono sicuro che non porterà ad un virus o un malware, alla peggio un cryptolocker? Le foto dei bambini caricate sul web sono davvero al sicuro da occhi indiscreti? Domande che non devono farsi solo i “paranoici” ma chiunque tenga alla propria intimità. Cominciamo col cambiare quella password che dice “123456”.

E #buongiornounCaffo