Un’indagine di GCheck ripresa da TechRadar Pro ha acceso i riflettori su un fenomeno sempre più diffuso: molti lavoratori stanno gonfiando le proprie competenze AI in azienda.
Lo fanno per paura di restare indietro, di perdere peso sul lavoro o di non sembrare abbastanza preparati in un momento in cui l’intelligenza artificiale viene ormai considerata, spesso senza dirlo apertamente, una competenza quasi obbligata.
Competenze AI dichiarate e capacità reali: il divario cresce
Secondo i dati diffusi da GCheck, il 63% dei lavoratori ammette di aver esagerato, o comunque sopravvalutato, le proprie competenze sull’AI per fare una figura migliore con colleghi, responsabili o selezionatori. Tra i più giovani il dato sale ancora: nella Generazione Z si arriva all’80%. È il segno di una pressione che negli uffici e nei colloqui pesa eccome, anche quando resta sottotraccia. Oggi non basta più dire di saper usare un programma: bisogna mostrarsi pronti a lavorare con strumenti di intelligenza artificiale generativa, automazioni e assistenti digitali.
Il punto è che solo il 34% degli intervistati dice di saper svolgere con sicurezza tutte le attività legate all’AI che sostiene di conoscere. Gli altri restano in una zona grigia. C’è chi parla con disinvoltura di AI in riunione per non sembrare indietro, il 40% del campione, e chi lascia intendere ai colleghi di avere capacità superiori a quelle reali, nel 33% dei casi. Un quarto degli intervistati, inoltre, ha ammesso di essersi preso il merito di lavori fatti con l’aiuto dell’AI, presentandoli come interamente propri.
Paura dell’automazione e carriera: perché i lavoratori esagerano
Non è solo una questione di promozioni o nuove assunzioni. Dietro le competenze AI gonfiate c’è soprattutto ansia. Il 69% dei lavoratori teme che l’automazione possa sostituire parti del proprio ruolo entro due anni. Il 52% pensa che, in caso di tagli al personale, sembrare poco aggiornato sull’AI possa renderlo più esposto. Un altro 46% teme addirittura il licenziamento se non riuscirà ad acquisire in fretta nuove capacità. “I lavoratori stanno affrontando una nuova forma di pressione professionale, in cui sembrare capaci sull’AI appare sempre più legato all’occupabilità e alla sicurezza del posto”, ha spiegato Houman Akhavan, amministratore delegato di GCheck.
La contraddizione si vede anche nelle scelte di tutti i giorni: il 53% degli intervistati continua a preferire metodi manuali agli strumenti AI, mentre il 24% tende a liquidarli come poco utili anche quando hanno portato un vantaggio concreto. Molti, però, non considerano questa esagerazione una bugia vera e propria. Il 76% sostiene di dichiarare competenze che intende imparare “a breve”, mentre il 70% è convinto che anche altri, nel proprio settore, facciano lo stesso.
Aziende alla prova: verificare le competenze senza creare sfiducia
Per le imprese il passaggio è delicato: capire chi possiede davvero competenze AI verificabili senza trasformare l’innovazione in un clima di sospetto. Secondo l’indagine, il 64% dei lavoratori dice che il proprio datore di lavoro non ha mai controllato in modo concreto le capacità dichiarate sull’intelligenza artificiale. Quasi la metà, il 47%, chiede più chiarezza su come l’AI venga usata nei processi di selezione. Il 29% aggiunge che sarebbe più corretto se l’azienda spiegasse apertamente come valuta le competenze digitali.
Ed è qui che il nodo diventa più complicato. Se le aziende chiedono familiarità con l’AI ma non offrono formazione, criteri chiari e occasioni pratiche, rischiano di premiare chi sa raccontarsi meglio, non chi sa davvero lavorare con questi strumenti. GCheck parla di “ansia da automazione”: non riguarda soltanto la paura di perdere il posto, ma cambia i comportamenti, confonde i segnali professionali e mette in discussione la credibilità della forza lavoro moderna. In ufficio, insomma, l’AI non sta cambiando solo il modo di lavorare. Sta cambiando anche il modo in cui le persone parlano di sé.