Il via libera è arrivato con il decreto approvato il 23 luglio in Conferenza Stato-Regioni: un aggiornamento di rimborsi, visite ed esami che supera il provvedimento del novembre 2024, poi annullato dal Tar del Lazio.
Il nuovo tariffario sanitario nazionale riguarda 448 prestazioni di specialistica ambulatoriale e 222 codici dell’assistenza protesica su misura, dentro un elenco complessivo di 1.063 voci. Dentro ci sono visite specialistiche, esami diagnostici, ecocolordoppler, diagnostica vascolare, medicina nucleare, endoscopia, elettromiografia e altri accertamenti che ogni giorno passano dalle ricette di medici di famiglia e specialisti.
La revisione era attesa da mesi da Regioni e operatori, dopo le contestazioni al decreto del 25 novembre 2024, ritenuto insufficiente da una parte delle strutture accreditate e poi bocciato dal Tar del Lazio per il modo in cui erano stati calcolati i rimborsi. Il nuovo schema punta ad avvicinare gli importi ai costi di oggi: tecnologie, personale e materiali sanitari pesano più di qualche anno fa. Per una prima visita specialistica la tariffa media indicata è di circa 26 euro, ma le cifre cambiano a seconda della complessità della prestazione e dell’area medica.
L’aumento medio stimato è intorno al 5,8%: non sarà quindi un rialzo uguale per tutti, perché alcune voci cresceranno di più e altre resteranno più vicine ai valori precedenti. Un capitolo importante riguarda anche gli ausili per persone con disabilità: protesi di arto, ortesi spinali e dispositivi ottici per chi ha disabilità visive.
Qui la questione non è solo di conti. Per molti pazienti significa avere accesso a strumenti necessari per muoversi, lavorare, studiare. Per le strutture, pubbliche o accreditate, significa invece poter contare su rimborsi considerati più vicini ai costi reali.
Pagamenti già effettuati a luglio e agosto: quando resta valido il vecchio tariffario
La domanda che in queste settimane arriva agli sportelli Cup e alle segreterie degli ambulatori è molto concreta: chi ha già pagato una visita medica o un esame a luglio o agosto dovrà aggiungere qualcosa? La risposta, in base alle regole previste, è no. Le nuove tariffe sanitarie entreranno in vigore solo dal 21 settembre e non saranno retroattive. Per le prestazioni già effettuate prima di quella data resta valido il vecchio tariffario.
Se un cittadino ha pagato una visita a luglio, o un esame diagnostico ad agosto, l’importo versato è quello corretto per il regime in vigore nel giorno della prestazione. Non sono previsti rimborsi automatici se la nuova tariffa dovesse essere più bassa, né richieste di integrazione se dovesse risultare più alta. Il criterio è la data di esecuzione della prestazione sanitaria, non quella dell’annuncio del decreto.
Le strutture sanitarie, secondo la linea fissata da ministero e Regioni, devono applicare il tariffario valido nel giorno in cui visita o esame vengono svolti. Una regola semplice, pensata per evitare correzioni successive e differenze tra pazienti nella stessa situazione. Diverso il caso di chi ha pagato in anticipo una prestazione fissata dopo il 21 settembre.
Qui possono contare le condizioni indicate al momento della prenotazione e le procedure della singola struttura, ma il riferimento generale resta il nuovo tariffario se la prestazione viene eseguita dopo l’entrata in vigore del decreto. Per questo, negli ambulatori, il consiglio pratico è già uno: conservare ricevute, promemoria e conferme di prenotazione.
Prenotazioni non saldate, assicurazioni e pacchetti prepagati: le regole caso per caso
Per le prenotazioni non ancora pagate, il punto decisivo resta la data della visita o dell’esame. Se la prestazione è fissata prima del 21 settembre, si applica il tariffario precedente. Se invece l’appuntamento cade dopo quella data, il pagamento potrà essere calcolato con le nuove tariffe, salvo indicazioni diverse della Regione o della struttura accreditata.
Più complessa la situazione per chi usa assicurazioni sanitarie, fondi integrativi o convenzioni aziendali. In questi casi conta il contratto: massimali, franchigie, quote a carico dell’assistito e regole di rimborso possono incidere sull’importo finale. Una compagnia, per esempio, potrebbe riconoscere la tariffa aggiornata solo per le prestazioni eseguite dopo il 21 settembre; un fondo sanitario potrebbe invece seguire regole interne già fissate nel proprio nomenclatore.
Anche i pacchetti prepagati — cicli di visite, controlli periodici, percorsi diagnostici acquistati in blocco — andranno verificati uno per uno. Se il prezzo è stato chiuso con un contratto prima dell’entrata in vigore del nuovo tariffario, il paziente non dovrebbe subire modifiche automatiche, a meno che il contratto preveda adeguamenti. Se invece il pacchetto è solo prenotato e non ancora saldato, la struttura potrebbe applicare le nuove condizioni per le prestazioni effettuate dal 21 settembre in avanti.
“Meglio chiedere conferma prima dell’appuntamento”, spiegano fonti amministrative del settore sanitario, perché le situazioni possono cambiare tra pubblico, privato accreditato e convenzionato. Il principio di fondo, però, resta lo stesso: la riforma non riscrive i pagamenti già chiusi, ma riguarda le prestazioni erogate dal giorno di avvio del nuovo tariffario.
Risorse alle Regioni e rischio liste d’attesa: cosa cambia per pazienti e strutture
L’adeguamento delle tariffe sanitarie vale, a regime, un costo aggiuntivo stimato in 210,7 milioni di euro l’anno, che si somma ai circa 550 milioni già legati al precedente decreto del 2024. Le coperture indicate prevedono 100 milioni per il 2026 e 183 milioni per il 2027, con fondi destinati alle Regioni in base al numero di prestazioni effettivamente erogate.
L’obiettivo dichiarato è rendere più uniforme il sistema dei rimborsi in tutto il Paese, riducendo quelle differenze territoriali che negli anni hanno creato tensioni tra amministrazioni, strutture accreditate e cittadini. Ma il nuovo tariffario non chiude il confronto. L’Uap, Unione nazionale ambulatori, poliambulatori, enti e ospedalità privata, ha definito le nuove tariffe “non sostenibili”, segnalando il rischio di una riduzione delle prestazioni disponibili e di un possibile allungamento delle liste d’attesa.
Sul fronte delle istituzioni, invece, si insiste sulla necessità di tenere insieme sostenibilità dei conti e garanzia dei Livelli essenziali di assistenza. Regioni e ministero della Salute seguiranno gli effetti del nuovo schema, soprattutto nei primi mesi, per capire se gli importi aggiornati basteranno a mantenere l’offerta di visite, esami e ausili. Intanto la Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera anche a un secondo intervento: 235 milioni di euro per oltre 1.200 Case di comunità, destinati all’acquisto di apparecchiature diagnostiche come Ecg e spirometri.
Le Regioni avranno 90 giorni per presentare i piani di fabbisogno. È un tassello diverso, ma collegato: portare più diagnosi sul territorio, vicino ai pazienti, e alleggerire almeno in parte la pressione su ospedali e ambulatori.