Ma il quadro richiamato dal rapporto PISA mette in fila un paradosso: nel 2026, usare l’IA tutti i giorni per studiare può andare di pari passo con risultati peggiori. Succede quando l’aiuto digitale diventa una scorciatoia, perché finisce per togliere spazio ad autonomia, lettura critica e capacità di collegare le informazioni.
Secondo i dati rilanciati dal dibattito internazionale attorno al rapporto PISA, l’86% degli studenti dice di usare spesso strumenti di IA generativa per attività scolastiche: riassunti, spiegazioni, esercizi, traduzioni, mappe concettuali. Una quota ormai enorme, che racconta bene il salto fatto in pochi anni. Quello che era una curiosità tecnologica è diventato una routine da pomeriggio: telefono in mano, computer aperto in cucina, domanda copiata nella chat.
Il punto, però, non è solo quanti ragazzi usino l’intelligenza artificiale per studiare. Conta soprattutto come la usano. Dalle rilevazioni PISA emerge che gli studenti che ricorrono all’IA ogni giorno tendono ad avere risultati più bassi rispetto a chi non la usa, o la usa con più misura. Un insegnante di scuola superiore, raccontando il clima in classe, ha riassunto così il problema: “Molti arrivano con la risposta pronta, ma se chiedi come ci sono arrivati si fermano. Manca il passaggio in mezzo”.
Uso quotidiano contro uso moderato: la soglia che fa crollare le performance
La differenza decisiva sta nella frequenza. Gli studenti che usano strumenti come ChatGPT, Gemini o applicazioni simili da una volta al mese fino a due volte alla settimana mostrano, secondo la lettura dei dati, risultati migliori rispetto a chi non li usa mai e rispetto a chi li consulta ogni giorno. È un confine sottile, ma importante: l’IA può aiutare quando accompagna lo studio. Diventa un problema quando lo sostituisce.
Il rischio nasce quando la richiesta parte in automatico: “spiegami questo capitolo”, “fammi il tema”, “risolvi l’esercizio”. A quel punto lo studente salta la parte più faticosa, ma anche più utile: capire davvero. Non è una bocciatura della tecnologia. È un avvertimento. Anche perché l’OCSE, nei suoi rapporti sull’apprendimento, segnala da anni un calo delle competenze di base in diversi Paesi. Una tendenza cominciata prima dell’esplosione dell’IA generativa e aggravata da fattori diversi, dalla pandemia alla discontinuità didattica.
Se usato con misura, invece, un chatbot può servire. Può chiarire un passaggio difficile, proporre un esempio in più, aiutare nel ripasso prima di una verifica. In quel caso diventa un supporto, quasi un tutor. Ma se la risposta arriva prima ancora che lo studente abbia formulato davvero la domanda, lo studio rischia di svuotarsi.
Pensiero critico in difficoltà: leggere, valutare e collegare le informazioni
Il nodo indicato dal rapporto PISA riguarda soprattutto il pensiero critico: saper valutare una fonte, capire un testo, distinguere una frase fondata da una soltanto plausibile, collegare concetti lontani tra loro. Sono competenze lente. Si costruiscono con esercizio, errori, correzioni. Non nascono ricevendo in pochi secondi una risposta ben scritta e già ordinata.
Il problema si vede soprattutto nella lettura. Gli studenti abituati a chiedere sintesi automatiche possono perdere familiarità con i testi lunghi, con le sfumature, con i passaggi meno lineari. Una dirigente scolastica, durante un confronto interno su tecnologie e didattica, ha detto: “Non possiamo far finta che questi strumenti non esistano. Però dobbiamo chiedere ai ragazzi di mostrare il percorso, non solo il risultato”. Ed è proprio lì, nel percorso, che si capisce se c’è stato apprendimento.
Resta poi il tema dell’affidabilità. L’IA generativa può sbagliare, inventare riferimenti, tagliare troppo, dare risposte convincenti ma imprecise. Se lo studente non ha gli strumenti per controllare, il testo prodotto dalla macchina diventa una verità comoda. E a scuola, questa comodità può costare cara.
La sfida per scuole e famiglie: insegnare a usare l’IA senza delegare lo studio
La risposta non può essere solo vietare. Bloccare l’IA a scuola rischia di spostarne l’uso fuori dall’aula, nei compiti a casa, senza regole e senza confronto. La sfida per insegnanti e famiglie è più concreta: insegnare a usare questi strumenti dichiarando quando vengono usati, controllando le fonti, confrontando le risposte e chiedendo agli studenti di riscrivere con parole proprie.
Alcune scuole stanno già provando consegne diverse: interrogazioni orali più ragionate, compiti in classe centrati sul percorso, esercizi in cui l’IA viene usata e poi criticata. Non basta chiedere: “Che cosa ha risposto ChatGPT?”. Serve andare oltre: “Dove potrebbe aver sbagliato? Quale passaggio manca? Tu come lo spiegheresti?”. È una didattica più faticosa, certo. Ma più vicina al tempo in cui gli studenti vivono.
Per la Generazione Alfa, cresciuta tra schermi, assistenti vocali e piattaforme educative, l’intelligenza artificiale non è un accessorio del futuro. È già parte dell’ambiente quotidiano. Il paradosso segnalato da PISA è tutto qui: lo strumento pensato per aiutare può indebolire chi lo usa senza metodo. Non perché pensi davvero al posto dei ragazzi, ma perché può convincerli che pensare non serva più.