Il 10 luglio 2026, in Italia, lavoratori e futuri pensionati possono mettere in conto una possibilità concreta: arrivare a circa 100 euro in più al mese sulla pensione.
Non c’è una scorciatoia, però. Le strade sono due: rinviare l’uscita dal lavoro oppure muoversi per tempo con un fondo pensione integrativo. Nel sistema contributivo, infatti, l’assegno dipende da tre fattori: età, contributi versati e montante accumulato. La questione riguarda da vicino chi oggi fa i conti con stipendi non sempre continui, carriere più lunghe e pensioni future spesso più basse del previsto. 100 euro al mese significano 1.200 euro l’anno, circa 1.300 euro con la tredicesima. Non cambiano una vita, certo. Ma nel bilancio di una famiglia si sentono.
Rinviare l’uscita: così i coefficienti 2025-2026 fanno salire l’assegno
Nel sistema contributivo il nodo sono i coefficienti di trasformazione: sono le percentuali che trasformano il montante dei contributi nella pensione annua lorda. Per il biennio 2025-2026, questi coefficienti aumentano con l’età. Si parte dal 4,204% a 57 anni, si arriva al 5,608% a 67 anni e si sale fino al 6,510% a 71 anni. Tradotto: più tardi si lascia il lavoro, più il calcolo diventa favorevole. Un esempio chiarisce il meccanismo.
Con un montante contributivo di 200 mila euro, a 67 anni l’assegno sarebbe di 11.216 euro lordi l’anno, cioè circa 863 euro al mese per 13 mensilità. Aspettando un anno, anche senza aumentare il montante, si passerebbe a 11.616 euro l’anno, circa 894 euro mensili. Il rinvio, quindi, aiuta. Ma da solo, nella maggior parte dei casi, non basta. Per arrivare davvero a 100 euro in più al mese, di solito serve anche continuare a lavorare e versare altri contributi.

Documenti, calcolatrice e contanti in euro su un tavolo: la pianificazione per ottenere una pensione più alta.
Un anno di lavoro in più: quanto pesano i nuovi contributi sul reddito
Chi rimanda la pensione e resta al lavoro ottiene un doppio vantaggio: aumenta il montante contributivo e, al momento dell’uscita, usa un coefficiente più alto. Per i lavoratori dipendenti l’aliquota di computo è del 33% della retribuzione. In pratica, su un reddito annuo di 30 mila euro, finiscono nel montante circa 9.900 euro. L’effetto cambia a seconda dell’età e dello stipendio. A 67 anni, un altro anno di lavoro vale, solo per i nuovi contributi, circa 555 euro lordi l’anno con 30 mila euro di reddito, 740 euro con 40 mila euro e 833 euro con 45 mila euro.
A 70 anni, con gli stessi redditi, si sale rispettivamente a circa 620, 826 e 929 euro lordi l’anno. Non siamo ancora ai 100 euro netti al mese. Però, mettendo insieme nuovi versamenti, coefficiente più alto e rivalutazione del montante, l’obiettivo diventa più vicino con due anni di lavoro in più, soprattutto per chi ha retribuzioni medio-alte.
Fondo pensione integrativo: cosa versare a 25, 45 e 55 anni per avere 100 euro al mese
L’altra via è la previdenza complementare. Serve a costruire una rendita aggiuntiva senza dover per forza ritardare la pensione. Qui la differenza la fa soprattutto il tempo. Secondo le simulazioni, un lavoratore di 25 anni potrebbe puntare a una rendita integrativa di 100 euro netti al mese versando circa 24 euro al mese, scegliendo una linea con una quota azionaria più alta e quindi più esposta all’andamento dei mercati.
A 45 anni, il versamento necessario salirebbe tra 74 e 101 euro mensili. A 55 anni, invece, servirebbero indicativamente tra 163 e 193 euro al mese. Sono stime, non promesse. Rendimenti, costi del fondo, tasse e scelta della linea possono cambiare il risultato finale. Il punto, però, resta chiaro: prima si comincia, meno pesa il percorso per ottenere quei 100 euro in più di pensione al mese. Anche con versamenti piccoli, purché regolari.