Il governo e i tecnici della previdenza stanno ragionando su una nuova via d’uscita anticipata per le pensioni: si chiama Quota 89 e potrebbe riguardare soprattutto alcuni lavoratori nati negli anni Sessanta. La formula, per ora solo sul tavolo e non ancora approvata, prevede il pensionamento a 64 anni con almeno 25 anni di contributi.
L’obiettivo è dare un po’ più di margine a chi è vicino al traguardo, senza pesare troppo sui conti pubblici. Il tema è finito al centro del confronto perché interessa una fascia di persone spesso segnata da carriere spezzate, periodi di lavoro discontinuo e assegni non sempre sufficienti per lasciare il lavoro con le regole ordinarie.
Pensioni a 64 anni e 25 anni di contributi: i requisiti sul tavolo
La nuova Quota 89 nasce da un calcolo molto lineare: 64 anni di età più 25 anni di versamenti. Sulla carta, il meccanismo è semplice. Rispetto alla pensione di vecchiaia, che oggi in linea generale arriva a 67 anni, vorrebbe dire poter lasciare il lavoro con qualche anno di anticipo, ma solo per chi rientra nei paletti fissati.
Il punto più sensibile resta quello dei 25 anni di contributi. Nelle ipotesi circolate, la soglia sarebbe più alta dei 20 anni previsti per alcune forme di pensionamento. Una scelta pensata per tenere sotto controllo la spesa dell’INPS e, più in generale, i conti dello Stato. In sostanza: si potrebbe uscire prima, ma non senza una storia contributiva abbastanza consistente alle spalle.
La misura potrebbe interessare soprattutto lavoratori nati tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, anche se molto dipenderà dall’eventuale anno di partenza e dalle finestre di uscita. Numeri ufficiali, al momento, non ce ne sono. Chi segue il dossier previdenziale parla di una misura da pesare con cautela, perché ogni taglio all’età pensionabile ha effetti immediati sulla spesa.
C’è poi il tema dell’assegno. Chi lascia il lavoro in anticipo rischia di prendere una pensione più bassa, soprattutto se una parte importante del calcolo ricade nel sistema contributivo. Per questo la discussione non si ferma all’età di uscita. Conta anche come garantire un reddito adeguato dopo il ritiro. Ed è qui che entrano in gioco i fondi pensione.
Fondi pensione, la carta in più per lasciare il lavoro prima
Nel disegno legato alla Quota 89, i fondi pensione avrebbero un peso maggiore rispetto al passato. L’idea è permettere ai lavoratori di sommare, almeno per raggiungere un importo minimo, la pensione pubblica maturata con l’INPS e la rendita della previdenza complementare. Un passaggio importante, soprattutto per chi ha iniziato a versare dopo il 1996 ed è quindi pienamente nel sistema contributivo.
Per questi lavoratori l’assegno pubblico dipende dai contributi versati e dall’andamento della carriera. Chi ha avuto periodi di part-time, contratti a termine o buchi contributivi può arrivare a 64 anni senza un importo sufficiente per accedere all’uscita anticipata. In questi casi, la rendita di un fondo pensione potrebbe fare la differenza. Non soltanto un aiuto per il futuro, ma una vera chiave per andare in pensione prima.
Secondo gli esperti, una soluzione di questo tipo potrebbe spingere più lavoratori a guardare alla pensione integrativa, ancora poco diffusa in alcune fasce di reddito e tra i più giovani. La Covip, nelle sue relazioni annuali, lo ha ripetuto più volte: il problema è che spesso ci si pensa troppo tardi. Un avvertimento tecnico, certo, ma molto concreto.
Se confermata, la riforma non cancellerebbe le regole attuali. Le affiancherebbe con un canale più flessibile, basato sull’equilibrio tra 64 anni di età, 25 anni di contributi e possibile integrazione con i fondi pensione. Per chi è vicino alla soglia, potrebbe voler dire aspettare meno. Ma, come sempre quando si parla di pensioni, la partita vera si giocherà sui dettagli e sulle coperture.