La regola su cui si basano da oltre vent’anni i professionisti del backup si chiama 3-2-1: tre copie totali dei propri dati, distribuite su almeno due tipi diversi di supporto, con almeno una copia conservata fuori sede rispetto a casa o ufficio. Non è un capriccio tecnico: ogni forma di archiviazione, prima o poi, si guasta. Gli hard disk hanno componenti meccaniche soggette a usura, le SSD e le chiavette USB hanno un numero limitato di cicli di scrittura prima che le celle di memoria degradino, e persino i dischi ottici possono deteriorarsi nel tempo.
Dove copiare i file per essere al sicuro
Il primo elemento della regola, le tre copie, si spiega facilmente: la copia di lavoro sul computer o sul telefono conta come una, poi se ne aggiungono altre due indipendenti. In questo modo, se una delle copie di backup si corrompe o smette di funzionare, resta comunque un’ulteriore rete di sicurezza a cui appoggiarsi.

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Il secondo elemento, i due tipi di supporto diversi, serve a evitare che un singolo problema (un difetto di fabbricazione, un incendio, uno sbalzo di corrente sulla stessa presa multipla) danneggi contemporaneamente più copie identiche conservate nello stesso modo. Una combinazione tipica prevede un disco esterno o un NAS in casa, affiancato da un servizio cloud o da un supporto di tipo diverso.
Il terzo punto, quello più spesso trascurato, riguarda la copia fuori sede. È la parte che protegge davvero dagli scenari peggiori: furto, incendio, allagamento o qualunque altro evento che colpisca l’intera abitazione o ufficio. Un servizio cloud assolve bene a questa funzione, ma funziona altrettanto bene anche un disco fisico lasciato a casa di un parente o di un amico fidato.
Esiste anche una variante più rigorosa, la regola 3-2-1-1-0, pensata soprattutto per contesti professionali: aggiunge una copia immutabile che il ransomware non può cifrare, e impone il vincolo di zero errori nei test di ripristino. Un dettaglio, quest’ultimo, utile anche per chi segue la versione più semplice della regola: un backup non testato periodicamente non è una vera garanzia, perché file corrotti, dischi che si guastano silenziosamente o processi automatici che smettono di funzionare senza preavviso sono più comuni di quanto si pensi.
Per automatizzare il tutto senza doverci pensare ogni settimana, esistono strumenti gratuiti e open source pensati proprio per questo, capaci di programmare backup incrementali verso dischi locali, NAS o servizi cloud come Google Drive e OneDrive. Anche gli smartphone, spesso trascurati in questi discorsi, meritano lo stesso trattamento: oltre al backup cloud predefinito (Google Foto o iCloud), sincronizzare periodicamente le foto anche su un computer di casa aggiunge un ulteriore livello di sicurezza che il solo cloud non garantisce da solo.