Un uomo di Hong Kong è caduto in una truffa su WhatsApp dopo aver ricevuto messaggi vocali che sembravano arrivare dal padre. Dietro, secondo la polizia, c’erano criminali capaci di imitare la voce con strumenti di intelligenza artificiale.
Con richieste urgenti e toni familiari, lo avrebbero convinto a fare più bonifici, fino a sottrargli circa 10 milioni di dollari di Hong Kong, pari a 1,27 milioni di dollari Usa. Il caso, segnalato da Cyberdefender, la piattaforma della polizia locale, e ripreso dal South China Morning Post, riporta l’attenzione sulle truffe con messaggi vocali deepfake: una voce che sembra vera, pochi secondi per decidere, la pressione addosso. Ed è lì che il raggiro colpisce.

La truffa su WhatsApp: voce del padre clonata e bonifici per 1,27 milioni di dollari
Secondo la polizia di Hong Kong, i truffatori hanno raggiunto la vittima con un messaggio vocale su WhatsApp. Dall’audio arrivava una voce molto simile a quella del padre, che chiedeva con urgenza un trasferimento da 1 milione di dollari di Hong Kong, circa 127 mila dollari Usa. Non una lunga conversazione, non una telefonata complessa. Bastavano il tono, le pause, il modo di parlare. Tutto, stando a quanto ricostruito dalla stampa locale, sembrava quello di una persona di famiglia.
L’uomo si sarebbe fidato proprio per questo. Ha fatto il primo bonifico, poi altri ancora, seguendo una serie di richieste che ha finito per svuotargli i risparmi: in totale HK$10 milioni. Solo dopo sarebbe nato il sospetto che quella voce non fosse davvero del padre, ma fosse stata ricreata o alterata con tecniche di AI voice cloning, oggi sempre più alla portata anche di gruppi criminali non particolarmente organizzati.
L’avviso della polizia è stato secco: “Non fidatevi ciecamente dei messaggi vocali. Anche se la voce sembra simile, non significa che sia autentica”. Una frase semplice, ma molto concreta. Perché il problema non è più solo il numero sconosciuto o la mail scritta male. Ora il falso può arrivare con una voce che conosciamo bene: un genitore, un figlio, un collega.
Perché i messaggi vocali deepfake ingannano anche le vittime più attente
Le truffe deepfake funzionano perché entrano in una zona dove la fiducia esiste già. Se un audio sembra arrivare da un familiare e ne riproduce cadenza, accento e parole abituali, la reazione è quasi automatica: “è lui”, “è lei”, “devo aiutarlo”. A quel punto i criminali aggiungono la leva decisiva: bisogna fare subito, non c’è tempo, meglio non parlarne con nessuno.
È un meccanismo già visto in tante frodi digitali, ma con la voce clonata il colpo emotivo è più forte. Un messaggio scritto si può rileggere, confrontare, mettere in dubbio. Un audio, magari ascoltato in metropolitana, in ufficio o mentre si fa altro, passa più facilmente per vero. “La voce e il modo di parlare corrispondevano a quelli del padre”, ha scritto il South China Morning Post citando le ricostruzioni disponibili. Pochi secondi, e l’attenzione si abbassa.
Gli esperti di sicurezza ricordano che i sistemi di intelligenza artificiale generativa possono creare imitazioni credibili anche partendo da registrazioni brevi, recuperate da video pubblici, messaggi condivisi o contenuti sui social. Non servono sempre grandi archivi audio. Per questo le autorità insistono su una regola molto semplice: se una richiesta riguarda denaro, conti bancari, codici o trasferimenti, un messaggio vocale non basta. Nemmeno quando sembra autentico.
Codice segreto, richiamata diretta e 2FA: le difese consigliate dagli esperti
La prima difesa indicata dalla polizia di Hong Kong è interrompere lo scambio e richiamare direttamente la persona, usando un numero già salvato o comunque verificato. Non quello indicato nel messaggio. Una telefonata, magari con una domanda personale, può bastare a far saltare la truffa. Ma serve una cosa prima di tutto: fermarsi. Non rispondere alla fretta, controllare, non muoversi sotto pressione.
Un altro consiglio, rilanciato anche dalla BBC in un approfondimento sulle frodi con deepfake, è scegliere in famiglia un codice segreto per le emergenze. Una parola facile da ricordare, ma difficile da indovinare: un soprannome usato in casa, una battuta privata, il nome di un luogo legato alla famiglia. Come ha spiegato l’emittente britannica, i truffatori possono copiare una voce, ma non sapere ciò che solo certe persone conoscono.
Gli specialisti consigliano anche di attivare l’autenticazione a due fattori, controllare di tanto in tanto i dispositivi collegati agli account e rimuovere quelli sconosciuti. L’avvocato statunitense Gary Schildhorn, impegnato nella prevenzione delle truffe, indica tre segnali d’allarme: pressione sui tempi, richiesta di fondi difficili da tracciare e invito a non parlarne con nessuno. Se compaiono insieme, meglio fermarsi subito. Anche se dall’altra parte sembra esserci una voce di famiglia.