QR code per la pagina originale

Shadows of the Damned

Un road movie demoniaco, splatter e carico di erotismo

Voto WebNews
8,1
Data di uscita

24 Giugno 2011

Giudizi
  • Giocabilità8,0
  • Grafica7,9
  • Sonoro8,9
  • Longevità7,5
Pro

Un delirante e sensuale viaggio negli inferi, condito con una spolverata di umorismo nero. Divertente e leggero al punto da far perdonare i suoi eccessi splatter e il ricorso a scontate bambole fatalone.

Contro

Tecnicamente altalenante e breve (una decina d'ore in tutto), non invoglia ad essere rigiocato e non gratifica a fine avventura con nuove modalità o contenuti sbloccabili.

Di ,

Trama

Parlare di Shadows of the Damned, senza rischiare di farsi influenzare dai risonanti nomi che echeggiano fra i credits di questo action soprannaturale in terza persona, è difficile. D’altronde, proprio sul retro della copertina di gioco, campeggia uno strillo che non può che far montare l’hype di chiunque si avvicini a questo titolo con un minimo di esperienza videoludica alle spalle: “un thriller d’azione psicologico di Suda 51, direttore di No More Heroes, Shinji Mikami, direttore di Resident Evil 4, e Akira Yamaoka, direttore audio di Silent Hill“…

Impressionati da questa tripletta? E chi non lo sarebbe! Devo anche ammettere che l’influenza di tutti questi mostri sacri del videogioco all’orientale si sente, eccome, in ogni singolo aspetto di Shadows of the Damned. La follia dilagante che caratterizza questo titolo non può che esser stata partorita da Suda 51, impegnato a dare il meglio di sé in quanto a situazioni grottesche e richiami esplicitamente sessuali, che fanno di questo gioco un borderline, caldamente consigliato solo a persone mature e capaci di comprendere a fondo l’ironia irriverente di alcune circostanze al limite del pornografico.

Dopo aver portato a termine il gioco, mi sono stupito che, accanto al bollino PEGI 18, comparissero solo gli indicatori relativi a contenuti violenti e turpiloquio, perché vi assicuro che, fra battute sconce, doppi sensi e immagini esplicite, c’è più sesso in Shadows of the Damned che in Duke Nukem: Forever! E ora che ci penso, il bollino relativo a contenuti a sfondo sessuale non compare nemmeno sulla cover di Duke. Mistero delle valutazioni oggettive!

 

La trama è quanto di più trash si possa immaginare e, se considerata nel complesso, non manca di esporre il fianco a qualche critica in merito a evidenti buchi nella sceneggiatura; ma è anche vero che fa il suo sporco lavoro egregiamente e vi predispone a calarvi nei panni di Garcia Hotspur, cacciatore di demoni professionista, intento a sterminare la stirpe demoniaca. Le danze si aprono con il violento ratto di Paula, la candida e misteriosa compagna del protagonista, che viene prima impiccata, poi squartata da un demone che le nasce dalla schiena e infine, miracolosamente rediviva, confiscata nell’impermeabile del cattivone di turno, esattamente all’altezza della cintola.

Il vostro compito, una volta raggiunte e spalancate le porte degli inferi, sarà quello di sterminare ogni singolo demone che vi si parerà di fronte nel tentativo di ostacolare il cammino del vostro alter ego, Garcia, diretto al castello di Fleming, questo il nome del diabolico rapitore che non aspetta altro che lo raggiungiate in cima alla sua torre, per vedere chi ha l’arma più grossa, lunga e penetrante.

 

La struttura di gioco è sostanzialmente ricalcata sulla traccia di Resident Evil 4, con tanto di buffo personaggio addetto alla vendita di potenziamenti, munizioni e kit medici, che vi attende subito prima di una sfida particolarmente impegnativa. L’impostazione complessiva del sistema di combattimento è chiaramente il frutto dell’esperienza di Mikami. Più di una volta mi è sembrato di scorgere assonanze con Leon Scott Kennedy, protagonista di Resident Evil 4, proprio mentre il personaggio principale spara agli arti dei demoni per rallentarne l’avanzata e li finisce con carismatici headshot, oppure li calpesta per porre fine alla loro miserabile agonia.

C’è da dire che di acqua sotto i ponti ne è passata dai tempi di RE4, per cui tutto risulta più dinamico ed è prevista la possibilità di spostarsi liberamente mentre si prende la mira. Ma le schivate a base di rollate laterali, i salti acrobatici dalle finestre e, più in generale, il feeling dell’intero prodotto, richiamano inequivocabilmente alla mente il capostipite indiscusso di questa tipologia di giochi. Senza dimenticare che anche il tatuatissimo protagonista è uno spagnolo DOC, che non può fare a meno di rievocare, con le sue battute in idioma, i paesani ostili del capolavoro di Mikami.

 

Certo, sotto l’influenza creativa di Suda 51, tutto si è tinto di una follia che rivaleggia con un altro titolo del momento: Alice Madness Returns. Nel mondo degli inferi i demoni vanno pazzi per le fragole (ottenute in realtà, per fare un dispetto al genere umano, con una poltiglia frullata di lingue), mentre le armi da fuoco sono rigorosamente bandite, perché fanno uso di denti come munizioni… e qui si coglie, nuovamente, un punto di contatto con Alice, nel quale l’omonima protagonista è intenta a collezionare denti rilasciati dagli avversari sconfitti.

Che dire, poi, di William, piccolo occhio alato demoniaco, che si occupa di salvare i progressi di gioco letteralmente defecando! Questo è solo un esempio di alcune delle volgarità gratuite che non tutti potrebbero apprezzare in questo gioco. Ripeto, Shadows of the Damned è adatto a un pubblico maturo e ben consapevole di ciò che sta acquistando, perché purtroppo in mano a un videogiocatore impreparato risulterebbe ciò che viene comunemente etichettato come videogioco diseducativo, salvando la libertà di scelta e di opinione.

Molto interessanti, per quanto riguarda il sistema di gioco, le meccaniche incentrate su luce e ombra, originali e varie, talvolta sadicamente mescolate con un pizzico di erotismo. Negli inferi incontrerete delle zone di malvagia oscurità, letali per gli esseri umani, le quali donano ai demoni un’impenetrabile corazza di materia oscura, che si può distruggere solo con il fuoco secondario delle armi: un salvifico colpo di luce.

Tali zone d’ombra fanno comunemente da raccordo fra i diversi i livelli di gioco e, in certe circostanze, vengono anche generate da oscene mani che spuntano dal terreno. All’interno dell’oscurità si può resistere per un periodo di tempo limitato, ma i meccanismi di apertura di alcune porte, ad esempio, sono visibili e azionabili solo quando si è inglobati all’interno di essa! Vi capiterà perfino di essere indotti a generarla per risolvere determinate situazioni…

Gli stessi boss di fine livello fanno ampiamente uso dell’oscurità, generando situazioni di combattimento sempre diverse e obbligandovi a comprendere velocemente quale sia il loro punto debole e quale l’arma migliore con la quale affrontarli. A proposito di armi, le ho più volte citate, ma senza soffermarmi sulla loro caratterizzazione: Johnson, d’altronde, merita un paragrafetto a sé stante. Chi è costui e cosa ha a che fare con il vostro arsenale?

Johnson è un demone ribelle, fuggito dagli inferi e ridotto alle dimensioni di un teschio, ma il suo potere è quello di trasformarsi in qualsiasi cosa possa essere utile a Garcia nella sua lotto contro il male. E così Johnson è una moto, una fiaccola con la quale illuminare il cammino, ma soprattutto è un intero arsenale! Il teschietto più irriverente e simpatico della storia dei videogiochi, infatti, può trasformarsi in un mitra, un fucile a canne mozze, oppure una pistola. Sconfiggendo i boss, si guadagneranno delle gemme blu che, una volta incastonate su Johnson, permetteranno di ottenere armi dalla potenza di fuoco sempre più devastante. Non solo vi consentiranno di seminare il panico fra le schiere demoniache, ma dovranno essere usate con intelligenza per risolvere alcuni enigmi.

 

Per fortuna il doppiaggio è rimasto in lingua Inglese, perché Johnson è un vero spasso e condirà l’intera esperienza di gioco con commenti caustici e interventi esilaranti. Il gioco è accompagnato da un’onesta sottotitolatura in italiano, che fa di tutto che per cercare di star dietro alla buffa sceneggiatura a base di doppi sensi… talvolta fallendo nella localizzazione di alcuni scambi di battute fra Garcia e Johnson. Se volete un consiglio, attendete la fine dei titoli di coda, una volta completato il gioco, per apprezzare un godurioso cameo di Johnson.

A livello di accompagnamento sonoro, Akira Yamaoka si è dimostrato estremamente fedele a sé stesso, proponendo sonorità disturbanti e sincopate, unite a brani commoventi e chitarre che stavolta si adeguano alla presunta nazionalità del protagonista, lanciandosi in arpeggi tipicamente spagnoli. Gi effetti sonori, fra esplosioni, urla strazianti e grugniti demoniaci, fanno da ottimo compendio alla colonna sonora, concorrendo alla creazione di un ambiente acustico d’atmosfera che vi consigliamo di sperimentare con un impianto Surround, se possibile.

Artisticamente ci troviamo di fronte a un prodotto che fa leva su alcuni cliché tipici dei giochi a sfondo demoniaco, a partire da Devil May Cry. Per esempio, le ambientazioni sono caratterizzate da un’architettura che richiama alla mente il gotico medievale, con case e vicoli in muratura, che potrebbero tranquillamente appartenere a qualche paesino nostrano. Probabilmente l’influenza italiana di Massimo Guarini, direttore del prodotto, si è riversata anche nella definizione di alcune ambientazioni. Fermo restando che il nostro Bel Paese ha da sempre esercitato un fascino morboso sulle menti dei game desinger orientali, è possibile che anche Suda 51 o Mikami possano aver ceduto alla tentazione di collocare questa delirante storia d’amore fra le mura di un borgo demoniaco latino.

Tecnicamente, Shadows of the Damned si assesta poco sopra la media con una modellazione poligonale tutto sommato essenziale, ambientazioni abbastanza spoglie e texture che, seppur oneste, vengono rovinate dall’annoso problema di aggiornamento dell’Unreal Engine 3. Gradevole la presenza di un fisica applicata agli oggetti, anche se appena accennata e limitata a poche casse di legno sparse per i livelli. Su Xbox 360 soffre leggermente di tearing, cosa che non mi è sembrata così evidente su PlayStation 3, anche se nel complesso la qualità visiva convince maggiormente sulla console Microsoft. Fermo restando che Shadows of the Damend non conquista con le sue doti esclusivamente tecniche, ma si affida maggiormente a uno stile grafico del tutto originale… e ad un bel po’ di cosce, glutei e seni poligonali in lingerie.

Una volta completato il gioco non è prevista la possibilità di ricominciare la partita con tutti i potenziamenti guadagnati, togliendo un bel po’ di smalto al valore di rigiocabilità del titolo. Alcuni obiettivi risultano spassosi da ottenere, ma non è un gioco concepito per essere assaporato a lungo, incentrato esclusivamente su un’esperienza in singolo autoconclusiva. Mi è sembrato, inoltre, di cogliere alcune sbavature fra le rifiniture delle sequenze di intermezzo e le animazioni che tradiscono, forse, una chiusura affrettata dei lavori… forse per questioni di budget?

Così com’è, Shadows of the Damned rappresenta un esperimento molto ben riuscito, ma che avrebbe potuto essere maggiormente raffinato (non solo tecnicamente) e arricchito di contenuti aggiuntivi. Merita assolutamente una chance e non mancherà di far breccia nei cuori di chi ha giocato almeno uno dei titoli che hanno reso famosi Suda 51, Mikami e Yamaoka.