Ho registrato per 30 giorni quante volte il mio smartphone mi ha ascoltato: il risultato è meno ovvio di quello che pensi

Ho registrato per 30 giorni quante volte il mio smartphone mi ha ascoltato: il risultato è meno ovvio di quello che pensi

Le grandi aziende tecnologiche non hanno bisogno di ascoltare le tue conversazioni per mostrarti pubblicità pertinente.

È questa la conclusione più scomoda che emerge da chiunque abbia cercato di documentare seriamente il fenomeno — perché smonta una convinzione diffusa sostituendola con qualcosa di più inquietante.

Il punto di partenza è noto: milioni di persone sono convinte che lo smartphone ascolti le loro conversazioni e le usi per targetizzare gli annunci pubblicitari. L’aneddotica è vastissima — hai parlato di un viaggio a Lisbona con un amico e tre ore dopo Instagram ti mostra voli per il Portogallo. La correlazione sembra impossibile da ignorare.

Lo smartphone ci ascolta? Cosa dicono i dati

Quando però ricercatori e giornalisti hanno provato a verificare la tesi in modo controllato — registrando accessi al microfono, analizzando il traffico di rete in uscita, monitorando le app in background — i risultati non hanno mai confermato un’intercettazione audio sistematica. Uno studio dell’Università di Northeastern del 2018, che ha analizzato 17.000 app Android, non ha trovato prove di trasmissione audio non autorizzata verso server di terze parti. Nessuna app, in nessun test, inviava registrazioni vocali a reti pubblicitarie.

Lo smartphone ci ascolta? Cosa dicono i dati-webnews.it

Questo non significa che la privacy sia al sicuro. Significa che il meccanismo è diverso. I dati che le piattaforme raccolgono senza toccare il microfono sono sufficienti — e spesso superiori — a qualsiasi intercettazione audio. La posizione GPS aggiornata ogni pochi minuti, le app aperte e per quanto tempo, i pattern di digitazione, i contatti, la cronologia degli acquisti, i siti visitati, le ore in cui si usa il telefono. Meta, solo sulla base di questi dati comportamentali, è in grado di inferire con buona precisione interessi, stato emotivo, situazione economica e persino relazioni interpersonali degli utenti, come documentato da diverse analisi dei suoi sistemi di targeting.

L’effetto “il telefono mi ascolta” ha quindi una spiegazione più banale: i sistemi pubblicitari sono talmente precisi nel predire i comportamenti che la coincidenza tra una conversazione e un annuncio successivo non richiede intercettazione. Basta sapere dove sei stato, con chi, cosa hai cercato in settimane precedenti e come usi il telefono in determinati contesti. Il risultato percepito è lo stesso, la tecnologia sottostante è radicalmente diversa.

C’è però un’eccezione rilevante. Le app che richiedono accesso al microfono per funzioni dichiarate — assistenti vocali, riconoscimento musicale, app di trascrizione — tecnicamente lo attivano anche in momenti non strettamente necessari. Non per trasmettere audio a server pubblicitari, ma per ragioni di latenza: tenere il microfono “caldo” riduce il tempo di risposta. In alcuni casi documentati, Siri e Google Assistant hanno registrato frammenti di conversazione per errore, attivandosi su parole che assomigliavano ai loro trigger. Apple ha ammesso il problema nel 2019, modificando le policy di revisione umana delle registrazioni.

Un dato che raramente entra in questo dibattito: secondo una ricerca di Emarketer del 2023, il 53% degli utenti adulti statunitensi credeva che le app ascoltassero le loro conversazioni in background. La percentuale supera quella di chi crede che i propri dati di navigazione vengano venduti — eppure quest’ultima pratica è documentata, diffusa e legale in molti contesti, mentre la prima non ha trovato riscontri tecnici solidi.

Il paradosso è che concentrarsi sull’ipotesi del microfono distoglie l’attenzione da ciò che effettivamente accade. Le autorizzazioni che un utente medio concede quando installa un’app — posizione, contatti, sensori — offrono già un profilo comportamentale di granularità considerevole, senza mai aprire il canale audio.

Sul telefono, il log degli accessi al microfono è consultabile nelle impostazioni di privacy sia su iOS che su Android. Nella maggior parte dei casi, le app che lo usano di notte, mentre il telefono è fermo sul comodino, sono zero.

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