Per anni Android ha rappresentato l’alternativa più aperta nel mondo degli smartphone, ma ora qualcosa sta cambiando.
Il confine tra sistemi aperti e chiusi si sta assottigliando. Da una parte Apple è stata costretta, soprattutto in Europa, ad aprire almeno in parte il proprio ecosistema. Dall’altra Google si prepara a fare il percorso opposto.
La novità è concreta: entro settembre 2026 tutte le applicazioni Android dovranno essere associate a uno sviluppatore verificato per poter essere installate su dispositivi certificati. In Europa, la misura dovrebbe entrare in vigore nel 2027.
Non si tratta di una chiusura totale. Il cosiddetto sideloading, cioè l’installazione di app fuori dal Play Store, non verrà eliminato. Ma sarà comunque sottoposto a nuove regole: anche queste app dovranno essere collegate a uno sviluppatore registrato.
Per registrarsi serviranno dati reali, come numero di telefono, indirizzo e in alcuni casi anche un documento di identità. A questo si aggiunge una quota di iscrizione, fissata a 25 dollari, anche se con alcune eccezioni.
Il caso F-Droid e il mondo open source
Le criticità emergono soprattutto nel mondo open source. Piattaforme come F-Droid funzionano in modo molto diverso rispetto agli store tradizionali.
Qui le app non vengono semplicemente pubblicate dagli sviluppatori: il codice viene scaricato, ricompilato e firmato direttamente dalla piattaforma per garantire che sia davvero open source e non alterato.
Ed è proprio questo il punto critico. Se ogni app dovrà essere collegata in modo univoco a uno sviluppatore verificato, questo modello rischia di non funzionare più.
Il risultato concreto? Molte applicazioni potrebbero:
- non essere più installabili
- non ricevere aggiornamenti
- essere considerate non autorizzate dal sistema
Secondo le stime, circa l’80% delle app presenti su F-Droid sono firmate direttamente dalla piattaforma, non dagli sviluppatori originali. Un dettaglio tecnico che ora diventa centrale.

Più sicurezza o controllo centralizzato?(www.webnews.it)
La posizione di Google è chiara: aumentare la sicurezza. Negli ultimi anni, la diffusione di app malevole — tra trojan bancari, spyware e copie contraffatte — è diventata un problema concreto.
L’obiettivo è rendere ogni sviluppatore identificabile. Oggi, chi viene bannato può creare un nuovo account in pochi minuti e tornare operativo. Con la verifica obbligatoria, questo diventa molto più difficile.
C’è poi un altro punto: uniformare le regole. Le app sul Play Store sono già soggette a controlli, mentre quelle installate da fonti esterne seguono standard molto più variabili. Google vuole eliminare questa differenza.
Ma il prezzo da pagare potrebbe essere alto. Secondo molte realtà della community, questa scelta porta a una centralizzazione crescente, riducendo uno dei vantaggi storici di Android: la libertà.
Cosa cambia davvero per chi usa Android
Nel breve periodo, per la maggior parte degli utenti potrebbe non cambiare molto. Le app più diffuse continueranno a funzionare normalmente.
Le differenze si vedranno soprattutto per chi:
- usa store alternativi
- installa app manualmente
- si affida a software open source
In questi casi, l’esperienza potrebbe diventare più complessa, o addirittura limitata.
Android non sta diventando iOS, ma si sta avvicinando a un modello più controllato. Una trasformazione che nasce da esigenze reali di sicurezza, ma che apre anche una domanda inevitabile: quanta libertà siamo disposti a sacrificare per avere più protezione?