Chrome scarica in automatico un modello di intelligenza artificiale da circa 4 GB sui dispositivi compatibili, senza chiedere un consenso esplicito all’utente.
È questa la denuncia tecnica di Alexander Hanff, informatico e giurista, che in una ricostruzione pubblicata sul suo blog individua nel browser di Google un comportamento sistematico e poco trasparente.
Il file si chiama weights.bin, è riconducibile a Gemini Nano — il modello AI on-device di Google — e viene salvato nella cartella OptGuideOnDeviceModel del profilo utente di Chrome. La sua presenza, secondo Hanff, non è segnalata da nessun avviso esplicito durante l’installazione o l’aggiornamento del browser. L’utente può accorgersene solo controllando lo spazio occupato dal browser o navigando direttamente nelle cartelle del profilo.
Google: qual è il file che si installa sul dispositivo in automatico
Gemini Nano è pensato per eseguire alcune funzioni AI — scrittura assistita, rilevamento di potenziali truffe, suggerimenti contestuali — direttamente sul dispositivo, senza coinvolgere i server di Google. L’elaborazione locale ha vantaggi concreti in termini di latenza e privacy dei dati, ma un componente da 4 GB non è un dettaglio trascurabile. Per chi lavora su un SSD da 128 o 256 GB, quella quota di spazio è rilevante. Per chi usa una connessione con limiti di traffico mensile, il download silenzioso diventa un problema ancora più diretto.

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Un dettaglio che Hanff segnala e che tende a passare inosservato: il file viene riscaricato anche dopo la cancellazione manuale. Non è sufficiente eliminarlo; Chrome lo ripristina all’avvio successivo o a un aggiornamento. La rimozione stabile richiederebbe la disabilitazione di funzioni specifiche tramite flag di configurazione, un passaggio tecnico non alla portata dell’utente medio.
La questione tocca anche il piano normativo europeo. Un download automatico di queste dimensioni, privo di avviso e di una voce accessibile nelle impostazioni standard, potrebbe risultare incompatibile con le norme vigenti su consenso e trasparenza. Hanff lo indica come un possibile terreno di indagine per le autorità competenti, senza che al momento esista una pronuncia ufficiale in merito.
C’è poi una stima ambientale che Hanff inserisce nell’analisi: la distribuzione del modello su larga scala potrebbe generare tra 6.000 e 60.000 tonnellate di CO2 equivalente, calcolando solo il trasferimento dati e senza considerare eventuali aggiornamenti futuri o il consumo energetico durante l’uso delle funzioni AI. L’intervallo è ampio perché dipende dal numero di dispositivi effettivamente coinvolti — una variabile che Google non ha comunicato.
La vicenda di Gemini Nano non è isolata. Browser e sistemi operativi stanno integrando componenti AI con un ritmo che la comunicazione agli utenti non sempre riesce a seguire. Il punto non è l’AI nel browser in sé, ma il fatto che un componente di queste dimensioni venga trattato alla stregua di un aggiornamento di sicurezza silenzioso, senza indicare chiaramente spazio occupato, funzioni abilitate e modalità di rimozione. Nel frattempo, il file è lì, nella cartella del profilo, che si riscarica da solo.