Google può riciclare i vecchi smartphone, ma nessuno lo sa: così diventano server ultra performanti

Nel settore del cloud e del calcolo distribuito sta emergendo un approccio sorprendente che punta a riutilizzare smartphone dismessi come infrastruttura di calcolo ad alte prestazioni.
Nel settore del cloud e del calcolo distribuito sta emergendo un approccio sorprendente che punta a riutilizzare smartphone dismessi come infrastruttura di calcolo ad alte prestazioni.
Google può riciclare i vecchi smartphone, ma nessuno lo sa: così diventano server ultra performanti

L’idea, sviluppata nell’ambito di una collaborazione tra grandi aziende tecnologiche e ambienti accademici, propone di trasformare dispositivi considerati obsoleti in una rete di micro-server destinati alla ricerca e alle attività universitarie.

Il progetto si basa su un principio chiave: molti smartphone sostituiti dagli utenti ogni pochi anni conservano ancora una potenza di calcolo significativa. Anche quando non sono più adatti all’uso quotidiano, i loro componenti hardware restano perfettamente in grado di gestire carichi di lavoro leggeri e medi, tipici di molte applicazioni scientifiche.

Come nasce un “data center di smartphone”

Il sistema prevede la costruzione di un cluster composto da migliaia di telefoni ricondizionati, organizzati in nodi di calcolo distribuiti. I dispositivi vengono privati di componenti non necessari come schermo, batteria e fotocamere, mantenendo solo la scheda madre e il processore, ovvero la parte più importante dal punto di vista computazionale e anche quella con il maggiore impatto ambientale nella produzione.

Come i vecchi smartphone diventano server per Google – Webnews.it

Al posto del sistema operativo mobile viene installata una versione di Linux ottimizzata per ambienti server, in grado di gestire carichi di lavoro e comunicazione tra nodi. L’orchestrazione avviene tramite strumenti di gestione dei container e piattaforme di virtualizzazione già diffuse nel mondo cloud.

I test preliminari mostrano un risultato inatteso: alcuni smartphone di ultima generazione, anche dopo essere stati declassati rispetto all’uso consumer, possono garantire prestazioni per singolo core paragonabili o superiori a quelle di server enterprise in specifici scenari di benchmark.

Ovviamente, la potenza complessiva resta inferiore rispetto ai sistemi server tradizionali, che possono contare su un numero molto più elevato di core e su quantità di memoria nettamente superiori. Tuttavia, l’efficienza per determinati carichi di lavoro rende questa soluzione interessante per attività didattiche, simulazioni e ricerca accademica.

Un modello pensato per sostenibilità e risparmio

Uno degli obiettivi principali di questa tecnologia è ridurre l’impatto ambientale legato alla produzione di nuovi dispositivi. Riutilizzare hardware già esistente significa abbattere una parte significativa delle emissioni legate al cosiddetto “carbonio incorporato”, cioè quello generato nella fase di produzione.

Dal punto di vista operativo, un singolo cluster può essere composto da decine di smartphone e scalato fino a centinaia di unità, creando una rete flessibile e modulare. In ambito universitario, questa infrastruttura è in grado di supportare contemporaneamente più corsi e applicazioni senza ricorrere a grandi data center centralizzati.

Il progetto apre uno scenario innovativo nel mondo del cloud: invece di concentrarsi esclusivamente su server sempre più potenti e costosi, si punta a valorizzare dispositivi già prodotti, estendendone il ciclo di vita.

Se questa tecnologia dovesse diffondersi, potrebbe ridefinire il concetto stesso di infrastruttura digitale, trasformando milioni di smartphone inutilizzati in una rete globale di micro-data center sostenibili e distribuiti.

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