Guardate una spina italiana qualsiasi — quella del telefono, del computer, di qualunque cosa abbiate a portata di mano.
I due cilindri di ottone che entrano nella presa hanno, vicino alla punta, un foro minuscolo. Rotondo, quasi invisibile, spesso scambiato per un difetto di produzione o un dettaglio estetico privo di senso.
Non è né l’uno né l’altro. Quel foro serve a bloccare la spina in posizione una volta inserita: le prese di sicurezza dotate di meccanismo a scatto — diffuse in ambienti industriali, ospedali, contesti dove una disconnessione accidentale sarebbe pericolosa — usano proprio quell’incavo per agganciare la spina e impedirle di sfilarsi. Una logica elementare, quasi banale, ma che la maggior parte delle persone non ha mai sospettato. L’ottone è il materiale standard per questi spinotti, spesso rivestito di stagno o nichel per ridurre l’ossidazione e migliorare il contatto.
Perché ci sono i fori sulle prese?
In Italia la situazione delle prese è, con qualche affetto, grottesca. La norma CEI 23-50 prevede sei tipologie di prese e undici di spine. Undici. In un paese solo. La ragione storica è nota ma raramente raccontata: fino agli anni Settanta esistevano due reti elettriche parallele, una a 127 volt per l’illuminazione e una a 220 volt per la “forza motrice”, con prese fisicamente diverse per impedire di collegare un apparecchio alla tensione sbagliata. Quell’infrastruttura doppia è scomparsa, ma la frammentazione degli standard è rimasta.

Sai a cosa servono veramente i fori nelle spine delle prese elettriche? Non lo immagini-webnews.it
Le prese italiane più comuni sono la P11 da 10 ampere, con tre fori allineati da 4 mm di diametro, e la P17 da 16 ampere, con fori più grandi e distanziati, per elettrodomestici più esigenti come lavatrici e forni. Poi c’è la Schuko — quella rotonda di origine tedesca — che si è infiltrata negli impianti italiani nel tempo, specialmente per i grandi elettrodomestici, e che risolve la messa a terra con due morsetti laterali invece del foro centrale. Nei lavori di ristrutturazione recenti si installano spesso prese multistandard che combinano tutto insieme, accettando sia le spine italiane che le Schuko. Comodo, ma non sempre sicuro: alcune configurazioni bipasso+Schuko permettono di sfiorare gli spinotti in tensione mentre si inserisce la spina.
Rispetto al resto d’Europa, l’Italia è un’anomalia che si difende con tenacia. La spina francese è simile a quella tedesca ma con il polo di terra sul lato opposto — un perno maschio sulla presa invece di un foro. Quella inglese è categoricamente altra cosa: tre lamelle rettangolari disposte a triangolo, un fusibile integrato nella spina stessa, 240 volt. Portare un caricabatterie italiano nel Regno Unito senza adattatore non è una dimenticanza — è un problema fisico: le spine non entrano, e la tensione è comunque diversa.
La Commissione Europea ha creato una spina unificata, la IEC 60906-1, che dovrebbe sostituire tutti gli standard nazionali. Nessun paese l’ha adottata. Il progetto esiste da decenni e continua a non andare da nessuna parte, per una combinazione di inerzia industriale, costi di sostituzione degli impianti esistenti e — probabilmente — un certo attaccamento silenzioso alla propria presa, che è anche un pezzo di storia dell’elettrificazione nazionale.
Vale la pena notare che quando l’elettricità entrò nelle case, all’inizio del Novecento, era usata quasi esclusivamente per l’illuminazione. Le prime spine servivano per attaccare lampade ai portalampada — e alcune aziende elettriche applicavano tariffe diverse tra corrente per la luce e corrente per gli apparecchi, incoraggiando gli utenti a sfruttare la prima anche per gli elettrodomestici. Un abuso tollerato, poi incorporato nell’infrastruttura.
Quei due buchini sugli spinotti, tutto sommato, sono il dettaglio più onesto di un sistema costruito nel tempo per ragioni che non c’entrano quasi nulla con la comodità dell’utente finale.