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Bodycount

Pochi fronzoli e tanta distruzione per un FPS concettualmente immaturo

Voto WebNews
6,2
Data di uscita

1 Settembre 2011

Giudizi
  • Giocabilità5,5
  • Grafica7,5
  • Sonoro8,0
  • Multiplayer6,0
  • Longevità4,0
Pro

Engine Fisico molto performante. Notevole coefficiente di interazione con gli scenari. Ritmo di gioco elevatissimo. Sistemi di puntamento e copertura generalmente efficaci.

Contro

Longevità insufficiente. Modalità multiplayer ordinaria. Gameplay troppo caotico, specialmente se rapportato al capillare sistema di punteggio esecuzioni. Struttura narrativa inconsistente.

Di ,

Trama

Fantapolitica di grana grossa e sceneggiaura a dir poco essenziale costituiscono il biglietto da visita di Bodycount. Il nuovo sparatutto in soggettiva sviluppato dai Guilford Studio per Codemasters è infatti uno di quei titoli che puntano dritti all’azione, senza preoccuparsi di fornire all’utenza una struttura narrativa chissà quanto articolata. Va da sé che la perigliosa ricerca della verità intrapresa dall’agente Jackson, al fine di sgominare una lobby di signori della guerra, passi ben presto in secondo piano, soffocata dai forsennati ritmi del gameplay.

Nel tentativo di catturare la brutale essenza della guerriglia urbana in Bodycount, gli sviluppatori hanno optato per un approccio dinamico esasperante, in cui saranno i riflessi del giocatore e non necessariamente la sua abilità tattica a fare la differenza. Coadiuvata dal supporto di un engine fisico in grado di assicurare la piena distruttibilità degli scenari e corroborata dalla presenza di numerosissimi ostili in campo, la scelta stilistica in questione si rivela in principio efficace. Superata però la prima mezz’ora di gioco, limiti concettuali fin troppo evidenti iniziano tuttavia ad emergere, trasformando l’iniziale entusiasmo in cupa perplessità.

Evitando di perderci in giri di parole, possiamo facilmente individuare il bandolo della matassa nell’assoluta mancanza di ordine nel caos della schermaglia: un dettaglio che vanifica inesorabilmente l’accuratezza del sistema di punteggio abbinato alle esecuzioni. Come dedicarsi, in effetti, alla chirurgica eliminazione dei propri avversari e sfuggire contemporaneamente all’indefinita pioggia di proiettili che avvolge il proprio alter ego? E come sperare poi di formulare una qualsiasi strategia di movimento, quando il personaggio viene costantemente abbattuto da nemici spesso impossibili da localizzare? Irrisolvibili in singolo, questi dilemmi potrebbero forse trovare una valida risposta in ambito multiplayer, dove si presume che gli avversari seguano pattern meno aggressivi. Peccato che in questo caso sia l’oridinaria piattezza delle modalità previste a compromettere gli estremi dell’esperienza.

Queste contraddizioni non possono putroppo che offuscare anche gli aspetti positivi del gameplay di Bodycount: la bilanciata interfaccia di puntamento abbinata all’uso di armi da fuoco ed esplosivi, come pure la generale efficacia del sistema di copertura, finiscono dunque per acquisire un valore aleatorio, come d’altronde avviene per il generoso impianto tecnico di sostegno.

Eccezion fatta per la generale monotonia delle ambientazioni e la corrispondente omologazione delle palette cromatiche, il motore grafico di Bodycount non si distingue difatti per le sola qualità di texture e architettura poligonale, ma anche e soprattutto per la capacità di gestire in scioltezza un’effettistica alquanto elaborata. In virtù del contingente apporto di un tappeto sonoro adeguato, molte sequenze di gioco risultano giocoforza spettacolari, eppure neanche quest’aspetto riesce a risollevare le quotazioni del prodotto.

Ad affossare definitivamente le sue chance di superare una risicata sufficienza sopraggiunge difatti una longevità irrisoria, che vedrà i giocatori più esperti completare l’intera Modalità Storia offerta da Bodycount in appena un paio di sessioni di gioco.

Piacevole alla vista, gradevole al tocco, Bodycount avrebbe potuto senz’altro guadagnarsi giudizi più lusinghieri, ma la sua evidente immaturità concettuale lo relega inesorabilmente nel limbo dei titoli da prendere in un secondo momento, sfruttando magari il mercato dell’usato.