Windows 11 beneficerà di un significativo aumento delle prestazioni in forma del tutto gratuita per gli utenti

Windows 11 beneficerà di un significativo aumento delle prestazioni in forma del tutto gratuita per gli utenti

Microsoft sta introducendo nei build sperimentali di Windows 11 una funzione chiamata Low Latency Profile, un cambiamento nel comportamento dello scheduler del sistema operativo che promette guadagni di prestazioni rilevanti — senza aggiornamenti hardware, senza costi aggiuntivi.

Il meccanismo è semplice nella sua logica: quando l’utente avvia un’applicazione, il processore non scala gradualmente la frequenza come avviene oggi, ma sale immediatamente al massimo delle sue capacità per un intervallo brevissimo, compreso tra uno e tre secondi, per poi tornare allo stato di riposo. Il risultato, secondo i test condotti su build Insider, è una riduzione fino al 70% dei tempi di avvio per app integrate come il menu Start e i menu contestuali, e fino al 40% per applicazioni come Edge e Outlook.

Anche Copilot ha mostrato un picco di utilizzo CPU al 96% in fase di avvio, seguito da un ritorno rapido ai valori minimi. Il principio ricorda la logica Race to Halt, già adottata da altri sistemi operativi: completare il lavoro pesante nel minor tempo possibile, per permettere al processore di tornare in idle il prima possibile.

Windows 11, un beneficio significativo per gli utenti

Android lo implementa attraverso il Dynamic Performance Framework, che consente alle app di comunicare direttamente i propri bisogni di potenza all’hardware. Windows, storicamente, non disponeva di un meccanismo equivalente. Il fatto che tutti i principali sistemi operativi concorrenti abbiano già adottato varianti di questa tecnica rende la novità di Microsoft meno un’innovazione e più un recupero di terreno.

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Il progetto si inserisce nell’iniziativa interna denominata Windows K2, che punta a una revisione complessiva della reattività del sistema. Fa parte dello stesso cantiere la riscrittura di componenti legacy risalenti all’era Windows 95, come la finestra di dialogo Esegui, ora caricata in 94 millisecondi. Lo scheduler del processore è l’ultimo — e forse più impattante — tassello di questa operazione.

Vale la pena notare un dettaglio controintuitivo: i benefici del Low Latency Profile sono attesi soprattutto sui dispositivi di fascia bassa, con CPU dual-core o processori di vecchia generazione. I PC desktop di fascia alta, paradossalmente, potrebbero non registrare differenze percettibili, perché i loro processori già raggiungono picchi di frequenza in tempi molto brevi. Chi possiede hardware recente e performante è, in questo caso, l’utente che guadagna meno dall’aggiornamento.

Sul fronte dei processori AMD, un secondo intervento parallelo si muove in direzione complementare. Attraverso una nuova funzione CPPC — Collaborative Processor Performance Control — denominata “Highest Frequency”, AMD intende esporre al sistema operativo la frequenza massima reale del processore invece di affidarsi a valori stimati per interpolazione.

Attualmente Windows calcola i picchi di boost attraverso approssimazioni che non sempre corrispondono al comportamento effettivo dei core, con conseguenze sulle decisioni di scheduling e sull’assegnazione dei carichi di lavoro. Il supporto formale è previsto nello standard ACPI 6.7 e potrebbe trovare implementazione nelle architetture Zen 6 e nelle future versioni del sistema operativo, probabilmente Windows 11 26H2 o 27H2.

La funzione Low Latency Profile è ancora nella fase di test del programma Windows Insider e non ha una data di rilascio ufficiale. Microsoft non ha ancora comunicato nulla pubblicamente: il codice esiste nei build recenti, ma l’annuncio formale non è arrivato.

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