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Relatious: Facebook a luci rosse o un surrogato del sessuologo?

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Alcuni media italiani hanno recentemente parlato di relatious.com, una sorta di social network statunitense nel quale gli iscritti, spesso in forma anonima, pubblicano riflessioni o domande su questioni legate alla sessualità.

Al di là delle interpretazioni del fenomeno mirate al sensazionalismo e al catturare l’attenzione dei lettori spargendo terrorismo digitale, si tratta di quelle interpretazioni che portano a leggende metropolitane del tipo “su YouTube i ragazzini pubblicano filmini a luci rosse girati nei bagni delle scuole” o “se entri Facebook ti trovano i maniaci”, una navigata di qualche minuto in Relatious.com permette di intepretare il fenomeno del social network secondo alcune chiavi di lettura decisamente interessanti.

Innanzitutto, il social network sembra più una via di mezzo tra un forum di discussione vecchia maniera e un servizio come Yahoo Answers, che un social network classico. Questa forma “tecnica” fa sì che gran parte dei contenuti sia legata a dubbi su questioni sessuali o sentimentali alla quale rispondono altri utenti.

Da consigli su come affrontare una rottura sentimentale alla richiesta di suggerimenti per rendere felice il proprio partner, sembra proprio che Relatious si ponga più come un surrogato dei consigli degli amici (e delle loro pacche sulla schiena), di un sessuologo o dell’educazione sessuale/sentimentale che le scuole non danno, piuttosto che come vetrina per gli esibizionisti pruriginosi che affollano il Web.

In definitiva, ritengo si tratti quindi dell’ennesima conferma di come un social network possa rispondere a precise esigenze psicologiche e sociali tipiche della natura umana che difficilmente troverebbero altre forme di compimento nella vita “reale”: una valvola di sfogo e un sistema di comunicazione che ci permette di comunicare aspetti della nostra personalità che chi meglio di uno sconosciuto potrebbe darci gratuitamente dei consigli disinteressati su una situazione sentimentale che ci riguarda?

Se Amleto avesse avuto a disposizione, tramite un social network, qualche decina di risposte al suo “Essere o non essere”, chissà se la tragedia sarebbe stata evitata…

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