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Greenpeace boccia il Cloud Computing

Greenpeace ha avviato una nuova campagna di sensibilizzazione per informare gli utenti dell'impatto ambientale che il Cloud Computing avrà sugli equilibri climatici. L'associazione chiede sistemi di approvvigionamento dell'elettricità eco-compatibili

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Il Cloud Computing non è “green”, anzi. GreenPeace mette in chiaro le cose, allontanando l’idea per cui la “nuvola” sia una soluzione priva di pericoli per l’ambiente. E l’analisi è molto approfondita, confrontando i dati del 2007 e sviluppando in prospettiva una proiezione verso il 2020. Con una conclusione che si fa monito: se non si sceglieranno le giuste fonti per l’approvvigionamento dell’energia, il cloud computing porterà danni importanti per l’equilibrio climatico.

L’impatto ambientale legato al “cloud” è commisurato alla quantità di energia assorbita dalle server farm dei principali gruppi interessati a questo modello. Flickr e Picasa, GMail e Facebook, passando per le applicazioni mobile e tutto quel che è software as a service: Greenpeace vuol mettere in luce una dimensione spesso nascosta agli occhi degli utenti, i quali vedono sotto i propri polpastrelli soltanto il risultato finale dell’elaborazione senza avere esatta conoscenza delle dinamiche che reggono l’alimentazione di immense location dedicate alla gestione dei dati di input e output.

Greenpeace ricorda (pdf) come un gruppo quale Google si sia ormai impegnato in un approvvigionamento proprio e diretto dell’energia elettrica in conseguenza delle alte risorse richieste dalle proprie infrastrutture. Visto l’andamento, Greenpeace alza pertanto la voce sul sistema che va sviluppandosi per imporre ai principali gruppi impegnati una serie di principi da seguire, alla ricerca di standard eco-compatibili (l’utilizzo delle energie rinnovabili è la prima delle questioni da porre nell’agenda delle valutazioni, in sostituzione dei vecchi sistemi di produzione a carbone).

Make IT Green

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Greenstyle.it concentra le proprie attenzioni sui principali peccatori identificati da Greenpeace: «Facebook è tra gli imputati più illustri. Il social network di Mark Zuckerberg, al fine di ottimizzare il proprio servizio, avrebbe di recente costruito un data center di grandi dimensioni a Prineville, nell’Oregon, optando per sistemi di alimentazione elettrica basati sulla combustione del carbone, più economici ma ovviamente dannosi per il pianeta. Greenpeace è severa anche con Yahoo, per aver dato vita a un imponente centro server a Buffalo, per il quale però parte dell’approvvigionamento energetico avviene con impianti di natura idroelettrica»

Nel riassumere il lungo excursus dell’analisi dell’associazione, PMI.it si concentra invece sulla dimensione globale del peccato: «In generale, il loro consumo energetico è cresciuto dal 2007 ad oggi del 300%. Data center e reti Tlc consumeranno nel 2020 quasi duemila miliardi di chilowattoradi elettricità. Il fabbisogno è dunque comparabile a quello di un intero paese, inferiore solo a Stati Uniti, Cina, Russia e Giappone».

Ad oggi i data center pesano per circa il 14% delle emissioni correlate al patrimonio IT mondiale. Nel 2020 la percentuale dovrebbe salire al 18%. Riuscire a regolamentare questo ambito significherebbe pertanto ottenere importanti risultati su scala globale. La pressione mediatica operata da Greenpeace opera a tal fine: sensibilizzare i consumatori e costringere le aziende a politiche di sviluppo legate ai paletti di un’etica ecologica.

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