Digital.it
QR code per la pagina originale
news_22b4c790d207c6c2.jpg

File Sharing, e vide che era cosa buona

Una provocatoria indagine di due ricercatori universitari propone un punto di vista diverso sul file sharing e sul copyright: in che misura la protezione promuove il progresso, come dovrebbe essere, e in che misura è invece fonte di arricchimento?

«Oggi il 60% del traffico internet consiste in condivisioni di musica, film, libri e giochi». Ma una frase del genere ha due risvolti. Da una parte le associazioni che difendono i diritti dei detentori del copyright denunciano questa massa come un grave limite al mercato, tale da originare il contesto nel quale l’industria della produzione entra in crisi; dall’altra c’è chi sostiene che la correlazione tra il P2P e la crisi del comparto sia tutta da dimostrare.

Felix Oberholzer-Gee (Harvard University) e Koleman Strumpf (University of Kansas) sono i due studiosi che hanno pubblicato una ricerca (pdf) nella quale sostengono, dati alla mano, che il file sharing possa essere una pratica positiva per la società. Tutto dipende dal tipo di interpretazione che si adotta: secondo i due studiosi, il copyright va infatti inteso nella sua accezione originale di stimolo alla produttività, e non nella sua declinazione strumentale di mezzo di arricchimento. Nell’ottica del progresso, sostiene la nuova tesi, il file sharing avrebbe prodotto grandi risultati e sarebbe quindi da considerarsi in termini positivi.

La tesi lavora ragionando per assurdo: se davvero il file sharing determinasse un mancato stimolo per la creatività, allora i dati dovrebbero dimostrare un progressivo diminuire delle produzioni che va in parallelo con l’accrescersi degli strumenti e degli utenti abilitati al P2P. Ciò, però, non sembra essere in alcun modo comprovato: le pubblicazioni di nuovi libri sono aumentate del 66% tra il 2002 ed il 2007, gli album sono più che raddoppiati e le produzioni cinematografiche sono cresciute del 30%. Insomma: «una minor protezione del copyright sembra aver offerto benefici alla società».

Trattasi con tutta evidenza di una ricerca provocatoria, simile a quanto già posto in essere in passato dai due ricercatori in una ulteriore analisi che sembrava voler sminuire l’impatto del P2P sulla pirateria e sui danni relativi al comparto. Secondo Felix Oberholzer-Gee e Koleman Strumpf, l’industria musicale sarebbe cresciuta tra il 1997 ed il 2007 del 5%, dimostrando quindi buona salute nonostante la pressione di Napster, Kazaa, eMule e compagnia varia: tale cifra è vista come un controsenso in relazione a quanti contestano il P2P come fonte prima ed univoca del problema dei produttori.

Quel che sembra scaturirne, è un quadro tale per cui il P2P possa essere considerato come parte di un problema più complesso, sul quale i due ricercatori ammettono di non avere risposte specifiche. Ma la nuova analisi ha il merito di portare avanti un concetto nuovo e differente: cosa si intende per “progresso”? In che modo il copyright alimenta il “progresso” e fino a che punto il mercato non è invece plasmato per alimentare strutture imprenditoriali vetuste che poco hanno a che vedere con le reali finalità del copyright?

Se vuoi aggiornamenti su File Sharing, e vide che era cosa buona inserisci la tua e-mail nel box qui sotto:

  • http://www.flickr.com/photos/ste_95/ Ste_95

    Se non facessero le vittime non sarebbero contenti…

  • braccinocorto

    sarà, ma forse la tesi (per assurdo) non tiene conto dell’ accresciuta disponibilità dei mezzi di produzione nelle mani di tutti
    Mentre nel 1997 costava X produrre un disco, oggi costa X/10 o X/20. Costi analoghi penso valgano per il cinema. (per la ricerca ‘Avatar’ pesa quanto un film indipendente girato in digitale – cosa che nel 1997 non era nemmeno possibile pensare di fare).

    Il vero “salto” che ha fatto incrementare la produzione è stata la democratizzazione degli strumenti di produzione. Non della distribuzione.
    Se ci fosse internet (e tutte le sue nicchie)- ma senza P2P – le produzioni sarebbero identiche in numero e qualità ma con guadagni superiori. E’ lineare. Quello che ha fatto il P2P è stato abbattere il modello distributivo, NON quello produttivo.

  • http://aleantonelli.altervista.org Gabbianone94

    braccinocorto, l’articolo tratta un’altro aspetto: la creatività. Se Leopardi nascesse oggi e la sua famiglia non si potesse permettere di comprare molti libri, probabilmente non diventerebbe il grande poeta che è diventato. Con il file sharing, invece, potenzialmente hai accesso alla produzione culturale dell’intera umanità, e gratis.
    Ma forse vogliamo imporre delle barriere al sapere? È meglio che la cultura rimanga nelle mani di un numero ristretto di persone?

  • braccinocorto

    Gabbianone, io contesto quella tesi.
    Secondo me il P2P non ha tutti questi meriti di “effetto scintilla” sulla creatività. Ti ricordo anche che esistevano (ed esistono ancora) le biblioteche, se uno vuole avere accesso a tutto lo scibile umano, come avrebbe fatto Leopardi al suo tempo. Oppure oggi (verificando sempre le fonti) potrebbe consultare Wikipedia. Per quel che riguarda la musica, se vuoi esplorare ci sono tantissime maniere: soundcloud, myspace, youtube… Per chi vuole studiare musica, non c’è mai stato un periodo migliore di oggi, ma per la diffusione delle tecnologie disponibili per la creazione, NON per il P2P.

    E poi vorrei capire cosa c’è di ‘culturale’ nell’ultimo cinepanettone dei Vanzina, ad esempio, che è stato un successone sul P2P.
    Una cosa è sfruttare le tecnologie a disposizione in maniera legale. Altro è sfruttarle in maniera non corretta, e nascondersi dietro la scusa della ‘cultura’.