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Brevetti software: è davvero un pasticcio?

La Commissione Europea ha proposto la legge sulla brevettabilità del software. Scontenta tutti: dalla associazione per il software commerciale a quella per il software libero. È davvero una legge da buttare?

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È in corso una battaglia al Parlamento Europeo. Una battaglia che riguarda il software e i brevetti, ma lo scenario che nasconde dietro è ben più ampio, include la stessa natura economica e sociale della rete Internet.

Lo scorso 20 febbraio, la Commissione Europea ha pubblicato la proposta di direttiva sulla brevettabilità del software, frutto di anni di intenso lavoro e di feroci polemiche. È la risposta della Commissione europea ad uno dei problemi più delicati della società dell’informazione: brevettare e in che modo i programmi per elaboratori elettronici.

Finora i brevetti software non erano regolamentati da una legge europea. I singoli stati potevano applicare i propri regolamenti senza far riferimento a nessuna direttiva comune. Oltre che poco coordinati, le azioni dei paesi membri in questo campo erano spesso insufficienti e decisamente non all’altezza del problema.

Nacque così, ormai anni fa, la decisione di adottare una politica comune di brevettabilità. Brevettare un software significa porre sull’intero codice, o, ancor peggio, su sue porzioni, un marchio di invenzione che ne fa un prodotto unico e dunque utilizzabile solamente da chi ha il permesso dell’autore. Quasi sempre il permesso dell’autore viene rilasciato dietro pagamento di forti somme di denaro.

Attorno a questo concetto ci si è sempre posti su due piani: c’è chi considera l’introduzione dei brevetti nel software un incentivo verso l’evoluzione e la competizione e c’è chi invece vede nei brevetti il peggior antagonista dello sviluppo di una società dell’informazione. Per i primi i brevetti garantiscono un profittoc e aumentano la qualità del software; per i secondi invece bloccano la diffusione libera delle conoscenze limitandone l’utilizzo a favore di quei pochi che ci guadagnano.

Il dibattito è più che mai aperto. L’ultimo capitolo è appunto la nuova direttiva emanata lo scorso mercoledì. In 20 pagine, la Commissione Europea ha scontentato tutti i lobbysti che da mesi oramai tentavano di far pendere dalla propria parte l’ago della bilancia.

Le maggiori critiche sono per la definizione di ciò che può essere brevettato. La precedente impostazione escludeva dai brevetti i “programmi per elaboratore” in quanto non considerati invenzioni. La Commissione Europea ha corretto questa direttiva introducendo il concetto di “contributo tecnico allo stato dell’arte”. Per essere brevettato, non basta che un software giri su un computer, come accade negli Stati Uniti, ma deve necessariamente apportare un contributo tecnico, o meglio «un contributo allo stato dell’arte in un settore tecnico, giudicato non ovvio da una persona competente nella materia».

Le prime proteste sono arrivate da Eurolinux, un’associazione che promuove la diffusione di standard aperti. Con una lunga nota, Eurolinux accusa la Commissione Europea di aver partorito un mostro. In particolar modo le critiche colpiscono il concetto di “carattere tecnico” che dovrebbero avere le opere brevettabili. Secondo Eurolinux la genericità di questa affermazione apre le porte alla brevettabilità di qualsiasi software o programma, lasciando mano libera alle grandi multinazionali di fare man bassa di brevetti e di monopolizzare il mercato dei software.

Il giorno dopo è arrivata la risposta della BSA (Business Sofwtare Alliance), la società che raccoglie i maggiori produttori di software mondiali. Il tono non è meno duro: «Sfortunatamente la direttiva adottata dalla Commissione […] esclude il software e limita la protezione dei brevetti ai computer». Secondo Francisco Mingorance, un funzionario della BSA accusato da Eurolinux di aver avuto una parte da protagonista nelle prime scelte pro brevetti, ha anche dichiarato che la direttiva è un «passo indietro nelle pratiche Europee».

Ciò che preoccupa entrambi gli schieramenti è la definizione di “carattere tecnico” che viene espressa

La proposta dovrà passare l’approvazione del Parlamento dove potrà essere corretta e dunque resa legge. In pochi credono che la proposta uscirà dal parlamento con la stessa forma con cui è entrata, altri credono invece che, scontentando in egual misura le due parti più estreme, potrà presentarsi con i crismi dell’equilibrio