QR code per la pagina originale

Marcia indietro sul digital divide

L'amministrazione Bush pensa di smantellare i piani di finanziamenti pubblici per la riduzione del divario digitale tra le varie classi sociali. E, mentre il Vaticano si scaglia contro la disparità di accesso alle nuove tecnologie, anche in Europa l'uguaglianza di accesso resta ancora un'utopia

,

Sembra ormai definitivamente tramontato il tempo nel qualeun vicepresidente degli Stati Uniti, Al Gore, sognava di portare ogni americanosu Internet o, come la chiamava lui con entusiasmo, «l’autostrada telematica».L’amministrazione repubblicana insediatasi da un anno alla Casa Bianca sembranon avere nessuna intenzione di continuare sulla linea Clinton per l’abbattimentodel digital divide. Proprio nei giorni in cui anche dal Vaticanogiungono moniti affinché Internet non diventi una rete ad uso esclusivo deiricchi e dei potenti.

Il presidente della CommissioneFederale per le Comunicazioni statunitense, Michael Powell, ha definito personeche hanno «frainteso il vero significato del capitalismo made in USA» quanticredano che le minoranze etniche, linguistiche o religiose, così come i poverie gli abitanti in zone disagiate, possano avere immediatamente le stesse possibilitàdi accesso degli altri americani alle nuove tecnologie.

In sostanza, il punto centrale nell’azione dell’amministrazioneBush in materia di digital divide, sembra essere quello di evitareil più possibile l’intervento pubblico. Per questo, a quanto pare, verrannomessi in un cassetto i programmi TOP (Technology opportunities program) ede-rate, volti ad offrire finanziamenti per la diffusione di Internetnelle scuole, nelle biblioteche e nelle zone di campagna.

I repubblicani giustificano queste scelte dichiarando che ildigital divide si starebbe riducendo da solo, visto che ladiffusione delle nuove tecnologie aumenta ad un tasso maggiore tra le fasce piùdisagiate che tra quelle più ricche. Eppure i dati diffusi dal Dipartimento delCommercio parlano di un 50% dei neri e degli ispanici cheutilizza Internet nelle biblioteche pubbliche che non è in grado di collegarsida casa, rispetto al 30% dei bianchi e al 22% degli asiatici. Nella fascia dietà compresa fra i 10 e 17 anni, solo un terzo dei neri e degli ispanici ha unaccesso da casa, contro i due terzi di ragazzi bianchi e asiatici.

Forse è il ripensamento americano una delle cause che hannospinto il Vaticano a scagliarsi contro il digital divide in un documentointitolato “Etica in Internet”. «Nuova forma di discriminazione eversione aggiornata dell’antico divario tra i ricchi e i poveri diinformazioni»: così la Santa Sede definisce il digital divide, mettendosotto accusa i regimi autoritari, ma anche le «democrazie liberali, dove l’accessoai mezzi di comunicazione sociale per far politica spesso dipende dallaricchezza».

Il documento vaticano, però, non propone concrete risposteal problema del divario digitale e sembra piuttosto un pretesto per mettere indiscussione l’intera organizzazione di Internet, esprimendo una certadiffidenza della Chiesa nei confronti delle nuove tecnologie, le qualicontribuirebbero «a inculcare un insieme di valori culturali e modi dipensare sui rapporti sociali, sulla famiglia, sulla religione, sulla condizioneumana, il cui fascino e la cui novità possono sfidare e schiacciare le culturetradizionali».

Al di là delle buone intenzioni, anche l’Unione Europea sembraabbastanza indietro per quanto riguarda il superamento delle barriere d’accessoalle nuove tecnologie. Risale ormai a due anni fa l’iniziativa eEurope, volta a creare nel VecchioContinente «una società dell’informazione per tutti». Secondo ilprovvedimento, entro il 2001 tutte le scuole dell’Unione avrebbero dovuto avere un accesso ad Internet, ogni sito pubblico avrebbe dovuto esserereso accessibile per i disabili e tutti i cittadini avrebbero dovutoavere un accesso elettronico bidirezionale alla pubblica amministrazione.

Quanti di questi basilari obiettivi sono stati raggiunti?