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Moriremo di spam?

Gli esperti di sicurezza denunciano da tempo: lo spam ucciderà l'e‑mail. Ma ora un'autorevole ricerca statunitense rivela che la posta indesiderata è solo una piccola parte del totale. Chi ha ragione?

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La percezione comune, quando si parla di posta elettronica, è che lo spam abbia ormai raggiunto livelli insostenibili. Poche settimane fa, la casa di sicurezza britannica MessageLabs ha rilasciato una ricerca secondo la quale in un anno le e‑mail indesiderate sono cresciute dell’80 per cento; in Europa, una e‑mail su sei è spam; negli Stati Uniti quasi una su due. «Lo spam potrebbe rendere la posta elettronica inutilizzabile», è l’allarme lanciato dall’amministratore delegato di MessageLabs, Mark Sunner.

Va osservato che la preoccupazione di MessageLabs può essere in qualche modo interessata: la società produce SkyScan AS, un programma pensato proprio per combattere le e‑mail indesiderate, può trarre un certo vantaggio dal soffiare sul fuoco del panico da spam. Non può tuttavia lasciare indifferenti la discrepanza tra i dati di MessageLabs e quelli appena diffusi da una delle più autorevoli organizzazioni statunitensi che fanno ricerca su Internet: il Pew Internet & American Life Project.

Gli analisti del Pew hanno intervistato un migliaio di utenti Internet che utilizzano la posta elettronica sul lavoro. Sorprendentemente, il 53 per cento degli intervistati ha dichiarato di ricevere quasi esclusivamente posta collegata al proprio impiego; addirittura il 71 per cento ha detto di ricevere una cifra trascurabile di spam. «Avevamo iniziato questa ricerca aspettandoci di trovare l’inizio di una violenta polemica contro l’e‑mail. Non solo contro lo spam, ma contro il crescente volume di ogni tipo di e‑mail», ha dichiarato Deborah Fallows, autrice del rapporto sulla ricerca. «Invece abbiamo trovato che la maggior parte dei lavoratori americani è soddisfatta del ruolo che l’e‑mail gioca nella sua vita, e non abbiamo trovato alcuna prova di delusione nei confronti della posta elettronica».

Un risultato tanto inatteso può essere in gran parte spiegato con il fatto che la ricerca si è concentrata solo sugli indirizzi e‑mail lavorativi. In un comunicato, il Pew ha dichiarato che altri dati in suo possesso mostrano una preoccupazione crescente nei confronti dello spam sugli account personali e domestici. Un’altra spiegazione, che il rapporto non dà, è che probabilmente le persone utilizzano con più accortezza l’e‑mail lavorativa rispetto a quella personale, che magari viene pubblicata su siti, forum e newsrgroup.

Ma il motivo più convincente della discrepanza tra il “mito” dello spam e la sua reale incidenza nelle attività dei navigatori va ricercato altrove: il rapporto del Pew ha rilevato che circa un quinto degli intervistati copre da solo una grande fetta delle e‑mail inviate e ricevute; il rapporto identifica questi utenti intensivi come “power emailer“. Molti power emailer dichiarano di ricevere più di 50 messaggi al giorno, di inviarne più di 20 e di passare quotidianamente un paio d’ore ad utilizzare l’e‑mail. I power emailer sono gli utilizzatori più scaltri della posta elettronica, ma sono anche i più tartassati: l’11 per cento di loro si dichiara sopraffatto dallo spam, contro il 2 per cento degli altri lavoratori.

Per la posta elettronica sembra dunque ripetersi, e non avrebbe potuto essere altrimenti, lo stesso meccanismo ben noto agli esperti di marketing e di pubblicità: quello dei primi utilizzatori, o innovatori, quelle persone cioè che per prime si tuffano in una nuova tecnologia e fungono da apripista per l’utilizzo di massa. Se l’intensità con la quale i navigatori comuni si servono della posta elettronica dovesse aumentare, i problemi dei power emailers potrebbero presto diventare problemi di tutti