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World Wide Web: un mondo di brevetti

Moltissime tecnologie del World Wide Web sono coperte da ogni sorta di brevetto. Dalle piccole alle grandi azienda è una corsa a chi registra più innovazioni per riscuotere lauti diritti

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Nel 2003 l’azienda che ha registrato più brevetti negli Stati Uniti è stata IBM. Oltre 3000 brevetti in un solo anno. Per l’undicesima volta Big Blue è che più di tutte ha, negli Stati Uniti, e probabilmente nel mondo intero, messo la chiave alle proprie tecnologie, chiudendole in cassaforte pronta a trarne il massimo dei profitti.


Microsoft non è tra le prime dieci, ma rimane una delle aziende che colleziona più esclusive sui software. Ultimo ad aggungersi alla lunga lista di Redmond sarà, se dovesse essre approvato, quello sui documenti XML da poco richiesto all’Ufficio Brevetti europeo e neozelandese. I documenti di Office potranno essere letti solamente da Office. Con la registrazione del brevetto, Microsoft spera che venga impedito ad applicazioni esterne di accedere liberamente a documenti creati con i software della suite. Un modo come un altro per chiudere la concorrenza.


Il brevetto è più che un business. È uno dei maggiori metodi per mettere sotto controllo una tecnologia, un’idea, renderla propria, chiuderla in un cassetto e aspettare che qualcuno te la venga a chiedere. A questo punto si può anche riuscire a spuntare un pacco di denari e reinvestire per creare altri brevetti e ridare inizio al circolo.


Internet e il World Wide Web, nati proprio grazie alla libertà di utilizzare scoperte altrui, sono in prima linea in questa battaglia. Sistemi di pagamenti, strumenti per la navigazione, modelli di collegamento, tecniche per l’oganizzazione del lavoro (i cosiddetti “business methods”) tutto è, almeno negli Stati Uniti, brevettabile. Il 2003 ha visto l’esplosione di queste logiche e per gli anni prossimi si prevede un continuo accrescimento delle controversie. Anche l’Europa, in modo soft, si sta spingendo verso un modello “americano”.


Si è stimato che eBay, il colosso delle aste e dello shopping online, abbia speso 10 milioni di dollari per sostenere le cause di violazione di brevetti altrui. Altri grandi del Web hanno invece imposto brevetti che a molti sembrano basati ridicole prerogative di innovazione. Noto è il caso del 1-Click di Amazon, un sistema che permette di acquistare con un solo click un oggetto online. In molti hanno levato proteste contro un metodo che sembrava solamente un accorpamento di sistemi già utilizzati su Internet (cookie, banche dati) definendolo senza mezzi termini una «parodia» (Tim O’Reilly).


Bruce Perens, uno dei massimi esponenti del mondo open source, in una recente intervista ha sottolineato come sia diventato un’impresa per un programmatore aggirarsi fra i centinaia di brevetti che incombono sul Web: «Ogni piccola e media impresa è a rischio di violazione dei brevetti. Questo è anche un problema europeo, poiché i deputati del Parlamento stanno spingendo molto per la brevettabilità dei software che servirebbe solo a escludere tutte le piccole e medie imprese dal business del software, non solo l’open source».


A Perens i difensori dei brevetti potrebbero opporre che nel 2003 sono stati molti i casi in cui piccole aziende hanno ricevuto sostanziosi emolumenti dai grandi del software grazie a invenzioni brevettate. La piccola società di Chicago Eolas è riuscita a strappare a Microsoft un risarcimento di 512 milioni di dollari per alcune violazioni nella gestione dei programmi esterni di Internet Explorer. Per alcuni Eolas ha rappresentato il piccolo Davide che combatte contro il gigante Golia, sconfiggendolo. Altri simili casi hanno coinvolto Yahoo! ed eBay.


Una cosa è certa: rimangono in pochi a difendere l’attuale sistema di registrazione dei brevetti che ha permesso, tra la fine degli anni ’90 e gli anni successivi, il proliferare indiscriminato di esclusive su invenzioni del tutto arbitrarie. Lo stesso Ufficio dei brevetti americano, più volte chiamato in causa, ha dovuto fare un passo indietro nella vicenda Eolas, promettendo un riesame del brevetto concesso nel 1998.


Un articolo su USAToday.com dello scorso 13 gennaio titolava eloquente: «Brevetti fuori controllo». Se è vero che in alcuni casi i brevetti aiutano i piccoli, in molti altri li strozzano. Negli Stati Uniti sono molti i casi in cui piccoli siti di commercio elettronico sono state denunciati da società come la PanIP, che annovera tra le sue lucrose attività decine di cause per violazione di brevetti, molte delle quali già concluse con un patteggiamento di 30 mila dollari per incapacità dei piccoli siti di pagare le migliaia di dollari per gli avvocati.


I brevetti, nati per promuovere le idee e l’innovazione, sono diventati un campo in cui spregiudicati avvocati combattono battaglie legali a colpi di parcelle da migliaia di dollari. Esistono società nate e cresciute solamente per difendere propri brevetti, senza innovare, senza nuove idee. Molti studi economici ne mettono in dubbio l’efficacia.


In Europa è in procinto di definizione una direttiva sulla brevettabilità dei software che, ampiamente emendata nella prima lettura in Parlamento, ha trovato il favore di molte associazioni per la difesa del software libero. Nei prossimi mesi la direttiva dovrà tornare in Parlamento per l’approvazione definitiva e lo scontro si prevede aspro. La presidenza irlandese è ritenuta vicina alle grandi aziende produttrici di software e alla BSA e potrebbe condizionare l’iter della direttiva. Si spera nel senso di responsabilità e nella lungimiranza.