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Decreto Urbani: una legge piccola piccola

Il decreto Urbani sui sistemi peer to peer non stravolge la legislazione esistente ma rappresenta un monito a chi scarica file e un primo esempio di come in Italia viene gestita la telematica

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Tanto rumore per pochino. Dai tuoni del governo è piovuta una gocciolina, piccola piccola, minuscola come solo nel nostro paese si riesce a fare. Il decreto legge approvato dal Governo lo scorso venerdì (decreto-legge recante interventi urgenti in materia di beni ed attività culturali [PDF]) introduce per la prima volta nella nostra legislazione concetti quali “file sharing” e “peer to peer” e lo fa in modo brutale e grossolano, come solo nel nostro paese si sa fare.

Unico fine del decreto legge è quello di dettare una linea, di lanciare un segnale. Che suona più o meno così: la linea del governo su chi condivide file, sul complesso e delicato mondo del diritto d’autore nell’era digitale, è quella dei produttori cinematografici, dell’AGIS e delle decine di sigle che in Italia tentano di preservare, a volte oltre il legittimo interesse del bene comune, i diritti di chi fabbrica, produce e vende a larga scala film e documenti cinematografici. Ai cittadini, e sono moltissimi, che scaricano anche solo mezzo film, multa da 1500 euro, e la pace sia con loro.

Il decreto legge Urbani nasce già da premesse sbagliate. Da tempo il ministero dei Beni Culturali è indaffarato nell’approvare il nuovo ordinamento d’intervento pubblico in materia di finanziamenti al settore cinematografico. In ballo dal 2003, è la sopravvivenza stessa del cinema italiano. Il decreto legge sul peer to peer dello scorso 12 marzo 2004 deve essere contestualizzato all’interno di questo intervento generale, ed è per questo motivo che non cita chi scarica opere musicali o opere letterarie o teatrali o addirittura i software, dettaglio che ha provocato la comprensibile rimostranza delle associazioni dei produttori musicali.

Siamo tutti portati a pensare che Internet c’entri pochino con tutto questo, che il decreto sia una decisione estemporanea, nata come un dazio da pagare alle lobby della cinematografia, un complemento delle norme ben più complesse riguardanti l’intero mercato dello spettacolo. Una legge di complemento, piccola piccola appunto, che però segna una strada e traccia un segno, il primo solco del legislatore in tema di condivisione di file.

È un decreto piccolo piccolo anche perché non prevede un’inasprimento delle pene, ma sottolinea a doppio segno che anche chi scarica software attraverso la rete Internet deve tenere gli occhi aperti. Come se non si sapesse: la legislazione italiana sul diritto d’autore prevedeva già pene o ammende per coloro che detenevano o distribuivano opere protette dal diritto d’autore. Con le leggi esistenti chiunque scarichi film o album musicali protetti senza possederne l’originale può subire pene variabili con il variare della finalità dell’azione (a scopo di lucro, per uso personale ecc.).

Il Decreto si giustifica solo se lo consideriamo un avvertimento o un monito. È un avvertimento rassicurante per l’industria cinematografica, uscita con qualche taglio dal riordino dei finanziamenti al settore cinematografico: il Governo sa quanto è grave il problema del file sharing, sa che danno può portare alle major della musica e del cinema. È un monito a chi scarica file: il Governo li tiene d’occhio e da oggi non si deve scherzare più.

Il Decreto non fissa regole rivoluzionarie per chi scarica file, non stravolge l’impianto delle vecchie norme, non getta luce sulle novità emerse con lo sviluppo della telematica. Qualcuno ha notato che più che questa legge è una sorta di Pubblicità Progresso, una legge che è quasi un comunicato stampa, una comunicazione agli interessati. Purtroppo da un Governo di uno stato avanzato come il nostro ci si aspetterebbero prese di posizioni più ampie, una riflessione lungimirante sul mondo digitale e non comunicati stampa.