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P2P, Grokster e StreamCast in tribunale

Una petizione mossa dalle lobby della produzione musicale e cinematografica porterà Grokster e StreamCast Network in tribunale per l'appello relativo alla sentenza di Agosto, quando le due aziende furono assolte da pesanti accuse.

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«Come il loro noto predecessore Napster, [Grokster e StreamCast Network e Musiccity.com] hanno creato e mantengono un servizio basato su Internet che permette a milioni di persone di copiare e distribuire canzoni e film coperti da copyright senza permesso e senza pagare nulla […]». Con queste parole i legali RIAA ed MPAA hanno rilanciato la sfida al peer-to-peer nel reiterato tentativo di bloccare per vie legali il fenomeno del file-sharing.

Ancora una volta, dunque, la storia del P2P verrà scritta in un’aula di tribunale. La nuova iniziativa è volta a chiedere una revisione della sentenza che ha dichiarato innocente il duo Grokster/StreamCast dall’accusa di responsabilità diretta dello scambio di materiale protetto da parte degli utenti delle rispettive reti. La sentenza di primo grado risale al 2003 e la conferma in appello è giunta nell’Agosto del corrente anno presso il 9° Circuito della Corte d’Appello. Ora l’accusa è andata oltre, presentando il testo di appello direttamente alla Corte Suprema

La petizione mossa dall’industria della produzione basa la propria carica offensiva sui precedenti rappresentati da Napster, ma nel tempo il settore ha visto numerosi cambiamenti e la decentralizzazione della distribuzione del materiale impone importanti categorizzazioni tali per cui le nuove reti (appartenenti a vere e proprie nuove generazioni di P2P) non possano essere nè accostate nè accomunate con il vecchio pionieristico Napster.

Di qui le rimostranze della difesa, la quale ha già espresso la propria sicurezza circa il buon esito della vicenda. Le tesi difensive usano l’analogia con videoregistratori e fotocopiatrici per dimostrare come nella produzione del mezzo non vi sia colpevolezza circa le modalità di utilizzo dello stesso.

Nel testo presentato dall’accusa si parla esplicitamente di oltre 2.6 miliardi di brani musicali scambiati illecitamente, oltre a circa 500.000 film. I danni conseguenti sarebbero pressochè incalcolabili e la “colpa” consisterebbe nell’incoraggiare l’utenza ad infrangere l’istituzione propria del diritto d’autore.