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Digital divide, prove tecniche di protesta

L'associazione Anti Digital Divide ha approfondito il problema in un apposito convegno incentrato su ADSL, Wi-Fi, e conseguenze del divario digitale

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Il primo Convegno Nazionale sulla Banda Larga e la Società della Comunicazione è terminato con alcuni spunti interessanti, alcune soluzioni possibili, alcune difficoltà rilevate. Soprattutto, però, il merito dei relatori intervenuti è quello di aver approfondito con competenza le tematiche legate al Digital Divide non fermandosi al problema di per se stesso, ma sciorinando tutte le diverse e molteplici problematiche che l’assenza di broadband può significare per un territorio, una comunità, un sistema nazionale. La giornata è stata organizzata dall’associazione Anti Digital Divide, neonato gruppo che già ha raccolto ampi consensi per alcune attività portate avanti contro l’attuale carenza di banda larga in Italia.

Se è difficile riassumere organicamente la gran varietà di argomentazioni affrontate (l’obiettivo preposto è stato innanzitutto quello di creare una base di lavoro su cui sviluppare in seguito l’attività dell’associazione), è utile però riassumere almeno i principali punti emersi durante il convegno:

  • Telecom Italia: la sedia è vuota
    La sedia riservata a Telecom Italia, invitata al convegno, è rimasta vuota: il gruppo non ha risposto agli inviti dell’ADD, e così l’assenza è diventata una tra le note di inizio convegno. Un importante concetto emerso dai vari relatori e dagli stessi responsabili dell’associazione, però, è stato il fatto che la campagna in favore della banda larga non debba trasformarsi in una bieca campagna anti-Telecom. Giocoforza, però, Telecom deve essere il referente primo delle contestazioni avanzate perché è proprio nei piani quinquennali di Telecom che il problema banda larga va ad arenarsi lasciando lo “stivale” in una pericolosa situazione di disagio e pericolo.
  • Piccoli paesi, grande discriminazione
    Il concetto della discriminazione dell’Italia di provincia è stato espresso sia da Rossana Turina, presidente di Terranostra per la Coldiretti, sia da Giovanni Mario Capirone, rappresentante dell’ANPCI, sia da Roberto Arnolfo, referente del Convegno: senza banda larga i piccoli comuni (oltre il 70% del territorio nazionale) non possono competere. Ciò determina non solo un declino economico, ma anche un declino sociale e morale, con un abbandono delle campagne che determina forzatamente un grave depauperamento di importanti presidi basilari per il sistema Italia. Il digital divide diventa così un grave ostacolo per il turismo (soprattutto l’agriturismo e le nuove forme basate sul paesaggio rurale) e per l’agricoltura (vanto dell’Italia di qualità in tutto il mondo), vanificando inoltre tutti quegli investimenti che vengono oggi infusi nella ricerca e nella valorizzazione delle tipicità.
  • Donne, le maggiori Digital Divise
    Michela Zucca, esperta della condizione femminile nelle aree di Montagna per il Centro Ecologia Alpina (gruppo che collabora con la NASA per alcune rilevazioni climatologiche) ha inteso sottolineare come siano soprattutto le donne a pagare del digital divide che va ad accumularsi nei piccoli comuni privi di banda larga. La Zucca ha puntato il dito soprattutto su alcuni esperimenti di telelavoro «calati dall’alto» e poi miseramente falliti per non aver minimamente considerato il contesto sociale nei quali venivano proposti. Tali errori porteranno presto il 30% dei comuni alpini ad essere completamente disabitati entro 30 anni, e già il 50% di tali comuni patisce oggi i primi segni di questa grave malattia antropologica. Il problema sociale causato dalla mancanza di banda si fa inoltre pressante anche nelle periferie e nelle cinture delle grandi città, luoghi ove i ritmi del lavoro pendolare stanno togliendo spazio alle dimensioni familiari e dove la banda larga è spesso una chimera pur se a poca distanza da quartieri dotati di copertura (non tutti sanno che ampie zone di città come Roma o Torino risultano attualmente scoperte dal servizio).
  • Errori, interventi, e fondi di intervento
    L’errore più grave è stato nella privatizzazione di Telecom: parola di Vittorio Pasteris, docente di Editoria Multimediale per L’Università di Torino. Il concetto, largamente condiviso dalla platea del convegno, è relativo ad una mancata lungimiranza che ha portato oggi lo Stato ad essere in una situazione di imbarazzante difficoltà nel regolamentare un servizio che ha privatizzato dando in concessione, senza le necessarie tutele, le infrastrutture. «Senza mulattiere digitali non c’è sviluppo»: la realtà, secondo Pasteris, è che alcune zone in Italia ancora non possono neppure godere del servizio televisivo, e «senza santi in paradiso» non si può raggiungere un volume necessario per far sentire la propria voce. Il fatto è che i fondi per investire in tal senso, almeno in teoria, ci sono. Arrivano, perlopiù, dall’Unione Europea, ma vanno spesso a finire in progetti senza riscontro finale e nelle mani dei soliti noti: insomma, i bandi servono a finanziare alcune aziende e poco più. Carla Caprioli, responsabile della Direzione Generale delle Imprese per la Commissione Europea, ha difeso la Commissione stessa chiarendo come da questo organismo possano solo essere diramate delle indicazioni di massa, e solo il Consiglio possa poi eventualmente adoperare vere e proprie direttive. In particolare la Commissione ha raccomandato almeno un 99% della copertura globale della popolazione ed una banda minima garantita tale per cui neppure l’ADSL attuale potrebbe essere definita “banda larga”. Siccome lo sviluppo, statistiche alla mano, risulta essere fortemente trainato dalla disponibilità di Banda Larga, il consiglio della Commissione è quello di investire in tal senso. L’Italia va però bacchettata perché, se è vero che i fondi sono spesso finiti nelle solite mani, è pur vero che alcuni bandi sono andati deserti e non tutte le opportunità sono state colte. Secondo la Caprioli, inoltre, la banda larga avrebbe un impatto sulle piccole comunità (linfa vitale del nostro paese) ben superiore a qualunque altro mezzo di comunicazione (strade, ferrovie, eccetera).
  • Il Wi-Fi non è la soluzione
    «Il Wi-Fi non è una soluzione, ma almeno è una alternativa»: così Mauro Guerrieri, segretario ADD, riassume l’attuale situazione dopo che durante il convegno è stato lungamente analizzato il caso particolare costituito dal piccolo paese di San Benedetto Belbo. La soluzione proposta dall’ANPCI con una recente convenzione non sembra convincere neppure gli stessi tecnici a causa di alcuni importanti vincoli del sistema, e se il Wi-Fi ha il vantaggio di configurare almeno una alternativa possibile (pur se ai limiti di una non meglio definita “legalità”), lo svantaggio è legato a sicurezza, limiti tecnici, problemi legislativi, eventuali contestazioni relativamente all’impatto ambientale. Il Wi-Max potrebbe rappresentare la giusta soluzione, ma i tempi non sono quelli dell’immediatezza. Da più parti giunge inoltre una stizzita reprimenda agli interventi portati avanti da Gasparri: l’interattività promessa con il digitale terrestre, soprattutto, è vista fondamentalmente come una bugia.

Il convegno è stato inoltre impreziosito dalla testimonianza di David Corona, Rappresentante in Italia del FRETILIN (Fronte di Liberazione di Timor Est). Corona, il quale ha vissuto sulla propria pelle i drammatici momenti che hanno portato agli onori delle cronache i fatti accaduti in quell’area fino al 1999, ha voluto sottolineare come un mezzo di comunicazione qual è Internet deve diventare un diritto inalienabile in quanto canale libero di informazione, in quanto preziosa risorsa, in quanto mezzo di libera discussione. Se a Timor Est in tanti si sono salvati dai massacri è grazie a persone come il noto Baldoni (poi salito alle cronache per il triste epilogo iracheno) ed al web, canale attraverso il quale il massacro è stato portato su tutte le tv del mondo fruttando l’intervento dell’ONU e due Nobel per la Pace in quel piccolo angolo del mondo: possedere o non possedere banda larga non è dunque semplicemente questione economica, ma imprescindibilmente sociale.

La giornata è stata chiusa dal Presidente dell’Anti Digital Divide Group Maurizio Gotta il quale (dopo aver svolto funzione da portavoce per Assoprovider, associazione non presente all’evento a causa di forza maggiore) ha riassunto la roadmap che, scaturendo dagli interventi dei presenti, dovrebbe portare l’associazione verso un piano propositivo e comunicativo più elevato. Uno, far capire che il problema esiste ed è grave; due, proporre alternative valide e monitorare eventuali proposte truffaldine a tutela delle comunità meno esperte; tre, portare avanti una pressione mediatica tale da raggiungere gli ambiti istituzionali, ovvero gli unici in grado di poter intervenire con efficacia sul problema.