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L’era del World Wild Web

Il 'nonno di Internet' getta inquietanti ombre sulla Internet di oggi: boccia l'ignoranza dei governi, promuove l'open source ed avanza riflessioni circa un World Wide Web troppo selvaggio

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Quando si parla di World Wide Web c’è normalmente un inconscio entusiasmo a spingere avanti parole e concetti, tanto che nella storia gli ‘apocalittici’ sono sempre stati una rigorosa minoranza rispetto agli ‘integrati’. Quando si parla di World Wide Web c’è quasi sempre un sottile sorriso nel guardare al futuro, un ispirato ottimismo che deposita nella tecnologia una affermata fiducia quasi sconfinata: se qualcosa non va bene oggi andrà bene domani, così è sempre stato, questa è l’innovazione. Alla luce di questa radicata illuminazione, però, stride un’opinione contraria proveniente da una firma che già è stata apposta nell’elenco delle personalità più influenti del ‘WWW’. Pochi lo conoscono, ma egli è già stato battezzato quale il ‘nonno di Internet’: si chiama David Farber, e il suo timore è quello di aver ‘creato un mostro’.

Tanto per dare una base sostanziale alle parole di Farber (raccolte da ZDNet Asia in occasione di un intervento presso l’Università di Singapore e riproposte recentemente da Silicon.com), occorre illustrare brevemente lo spessore del personaggio. Innanzitutto va appuntato come egli sia soprannominato “il nonno di Internet” in quanto dalla sua scuola sarebbero “nati” alcuni personaggi in seguito identificati quali veri e propri pionieri del web. Farber ha alle spalle una lunghissima carriera universitaria ed oggi pone la propria firma di “guru” sotto alcune delle maggiori iniziative che animano il mondo digitale (tra le altre è possibile notarlo all’interno del direttivo della Electronic Frontier Foundation). Nel 1997, a coronamento della lunga carriera che lo ha contraddistinto, Farber ha ottenuto il prestigioso riconoscimento del John Scott Award for Contributions to Humanity. Di fronte a cotanto curriculum vitae risulta difficile interpretare le sue preoccupazioni come un semplice distacco generazionale tra quello che è stato e quello che intende diventare il web. Semmai è interessante leggere le opinioni di Farber in qualità di analisi di lungo corso, nell’ottica di una prospettiva che getta sul futuro alcune ombre che non si può fingere di non vedere.

Nella sua recente intervista Farber chiosa senza mezzi termini l’idea che Internet sia diventata una piattaforma che può fare «più male che bene»: il web si è trasformato da «qualcosa con cui fare cose positive» a qualcosa con cui puoi fare «cose meno positive: e ciò è preoccupante». Nelle sue parole si può leggere tutta l’amarezza di un personaggio che è passato dall’entusiasmo dei pionieri prima Rete alla sfiducia nei confronti di quanto vede svilupparsi oggi. Egli punta immediatamente il dito contro i virus writer, vedendo in essi una rappresentazione lampante dell’evoluzione negativa che ha rappresentato gli ultimi anni del web: mentre ai tempi c’erano gli hacker che cercavano le vulnerabilità del codice a fin di bene, oggi tale ricerca è spesso finalizzata all’ottenimento di un guadagno personale: ne sono esempio quotidiano virus, spyware e trojan, piaghe sempre più preoccupanti sia nei confronti dell’utenza che di aziende impegnate ad investire nel web. Farber ne conclude che la sicurezza debba rimanere una chiave fondamentale all’interno dei progetti di sviluppo di Internet, ma il discorso va affrontato alla radice per recuperare il tempo perduto: «la Rete è nata in un periodo in cui ci conoscevamo tutti e ci fidavamo gli uni degli altri», mentre oggi tale paradigma è completamente superato e se ne è sviluppato invece uno completamente contrario.

Farber sposta quindi il proprio obiettivo sulle istituzioni, giudicando molto negativamente il rapporto dei legislatori con il web: «ai politici non piace Internet: a loro non piace perdere il controllo sulle cose». Farber nota come spesso i politici non siano sufficientemente dotati di strumenti di alta tecnologia, non ne conoscano dunque le caratteristiche e le potenzialità, ed applichino quindi questa ignoranza tecnologica alle leggi che alle innovazioni tecnologiche fanno riferimento. Nessuna esitazione, in questo contesto, a far riferimento al governo statunitense come chiaro esempio negativo. Nella fattispecie la critica di Farber prende origine dal tristemente famoso 11 Settembre, in seguito al quale il governo USA si è sentito investito del dovere/diritto di controllare tutte le comunicazioni: la comunità tecnologica ha il compito di mantenere equilibrato il rapporto tra sicurezza e libertà individuale, ed in questa direzione bisogna dunque lavorare per ripristinare lo status precedente a quel 11/09. Alla luce dei recenti attentati di Londra, il discorso non può che essere esteso all’Europa, ove i primi provvedimenti hanno messo in discussione il trattato di Schengen ed hanno avviato procedure particolari per il controllo delle comunicazioni interpersonali.

Le parole di Farber hanno trovato immediata eco nei timori che solo negli ultimi giorni si sono nuovamente addensati attorno all’impero di Google (ultimo in ordine cronologico l’intervento di Chris Hoofnagle della Electronic Privacy Information Center): mai prima d’ora una banca dati tanto grande e tanto legata a dati sensibili era stata tanto nell’occhio del ciclone. Tramite gli archivi del motore si potrebbero leggere mail, spiare i siti navigati, curiosare tra i contatti e molto altro ancora. La sicurezza del motore è finora stata marmorea e la potenza del brand deve gran parte del proprio valore proprio sull’affidabilità garantita all’utenza. I timori sono però rivolti ad un ipotetico futuro in cui una ipotetica vulnerabilità possa aprire ad ipotetici pericoli per una massa così ingente di informazioni.

Una ulteriore decisa bacchettata è riferita alle software house che nascondono il proprio codice impedendo ai ricercatori di poterci mettere mano. Farber non critica il possesso sul codice, ma la possibilità di vederlo e analizzarlo per poter giudicare in proprio quanto sicuri siano i sistemi in uso. Egli stigmatizza inoltre la cattiva abitudine di non comunicare e non risolvere in tempi utili le vulnerabilità emergenti, ed in questo la freccia scagliata contro Microsoft (pur senza nominare la casa di Redmond, e probabilmente intendendo comunque fare più un discorso etico generale che non una specifica crociata aziendale) appare inequivocabile.

Per Farber non si può parlare di visione “apocalittica” perché il credo nel mezzo rimane saldo. La sfiducia, però, è forte ed è rappresentata dal difficile status di sicurezza che la velocità di crescita del web permette di implementare. La sfiducia nasce dalla difficile normazione della «democraticizzazione di Internet» (la possibilità di inserire ognuno i propri contenuti in totale libertà), cresce nell’assenza di un opportuno sviluppo della giurisprudenza del settore e sviluppa il proprio pessimismo nel fatto che «i prossimi 10 anni saranno tanto “wild” quanto lo sono stati gli ultimi 25». La parola “Wild” la si traduca come la si vuole: Google suggerisce “selvatico”, “scatenato”, “folle”.