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Chi ha paura dei blog

L'attacco ai blog operato da Daniel Lyons ha colto nel segno: c'è un gruppo non meglio definito di persone che ha paura dei blog e ne teme soprattutto i possibili effetti distruttivi sull'attività imprenditoriale

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Quando un nuovo mezzo di comunicazione nasce viene normalmente osteggiato, spesso deriso, immediatamente sminuito. C’è una sorta di tendenza atavica all’inerzia (dicesi “spirito di conservazione”) che coinvolge ogni passaggio epocale della storia dei media, e questa tendenza si annida nella congenita paura che l’uomo ha nei confronti di ciò che non conosce: meglio deriderlo e ridicolizzarlo, meglio esorcizzarlo. Il telefono sembrava inutile, la tv apparì al tempo come un futile rigurgito tecnologico, la stessa pratica della stampa sembrò una blasfema sfida alle virtù amanuensi. Se, ora, attorno ai blog c’è una sorta di piccola rivoluzione del web in atto, ecco che questo fenomeno di paure e fantasmi torna puntuale a verificarsi. Ed è una manifestazione tanto silente quanto ampia, estesa, strisciante, frammentata in tanti piccoli episodi che costituiscono altrettanti indizi o dimostrazioni.

C’è chi ha paura dei blog
Il blog è uno strumento libero, ed in quanto tale spaventa tutti coloro i quali nella libertà non vedono alcuna possibilità di controllo. C’è chi teme i blog perché sono una miccia che potrebbe scatenare una pericolosa esplosione da un momento all’altro, sono un elemento destabilizzante che fa del passaparola un domino dagli esiti imprevedibili. Negli ultimi giorni un grande riflusso contrario ai blog è stato scatenato dal giornalista Forbes Daniel Lyons il quale ha proposto un lungo intervento nel quale ha raccolto varie opinioni di alti dirigenti d’azienda fortemente timorosi nei confronti della dilagante espansione della blogosfera.

Il cosiddetto “attacco ai blog” verte in particolar modo sull’aspetto economico della vicenda: una azienda può essere potenzialmente in pericolo se un qualche passaparola distorto si scatena sui blog e diffonde una voce contraria a quella d’interesse per l’azienda. Grandi nomi emergono ad avvalorare la tesi del giornalista, ed entro breve il coro contrario della blogosfera si innalza con furore: non a caso cercando su Google.com il nome “Daniel Lyons” il primo risultato restituito è l’articolo di Dan Gillmor il quale, sul proprio Bayosphere, ha ampiamente contribuito al fuoco contrario al “flame” di Lyons.

C’è chi non ha paura dei blog
Il blog è passato da sfizio personale a necessità aziendale con una velocità tale da sublimare una risposta ad una domanda tanto latente quanto impellente: le aziende hanno bisogno di controllare l’area comunicativa che le circonda. In questo caso la miglior difesa è l’attacco: il blog è uno strumento di dialogo, ed in quanto tale è una porta aperta che permette alle aziende di moderare, controllare e limitare le critiche ed i movimenti detrattori. Il blog è un rischio, ma il blog è soprattutto una incredibile opportunità.

E c’è chi l’ha colta immediatamente. Tutte le maggiori aziende che operano sul web hanno un proprio blog. Microsoft ne sta facendo indigestione, Google ne ha fatto il cuore pulsante della propria attività comunicativa e tutte le maggiori testate editoriali online hanno messo un piede nella scarpa del giornalismo e l’altra nella scarpa degli RSS (non senza frizioni intrinseche di una certa importanza). Oggi nascono blog per ogni tipo di evento e addirittura dedicati a specifici prodotti, e la teoria economica suggerisce di sfruttarne le capacità aggregative con raffinate strategie di marketing (vedi alla voce “Customer Relationship Management“).

Una recente indagine Burson-Marsteller valuta attorno al 59% la frazione di CEO ben disposti nei confronti dei blog in quanto vedono nello strumento un ottimo mezzo per la comunicazione interna. Rispetto alla comunicazione esterna, invece, la percentuale già scende al 47%. A dimostrazione del fatto che la paura all’apertura continua a pesare in questa scelta, la percentuale odierna dei CEO/blogger è di appena il 7% del campione intervistato (131 interviste ad altrettanti amministratori delegati).

C’è chi dovrebbe avere paura dei blog
Non avere un blog era la normalità di 2-3 anni fa, oggi non avere un blog significa semplicemente non comunicare all’interno di una specifica dimensione. Ma anche i bambini ormai lo sanno: non comunicare è impossibile, perché la non-comunicazione è già di per sé una attività comunicativa basata su una assenza, un rifiuto, una negazione. Dunque la scelta è: esserci o non esserci? Attività o passività? Un atteggiamento passivo nei confronti della comunicazione, nell’economia del giorno d’oggi, è un approccio suicida che lascia pochi spiragli ad un futuro roseo: se Apple non avesse gestito al meglio (pur non senza ampie difficoltà) il caso dei graffi sul nuovo iPod sarebbe caduta in un capitombolo pericolosissimo, invece ha limitato il danno ed ora è pronta a recuperare il tempo perduto.

Ed è questo solo uno dei molti esempi in cui la comunicazione aperta tra azienda e utenza (con o senza blog) ha giovato ai secondi e di conseguenza ai primi. Oggi dovrebbe avere paura dei blog solo chi non li conosce, chi li ignora. Non è obbligatorio bloggare, certo che no: ma la possibilità va tenuta in considerazione e ciò che non è obbligatorio può comunque essere molto utile. Il blog permette un contatto diretto tanto con il cliente quanto con il cliente potenziale, permette di dar vita a cicli comunicativi virtuosi e di sfruttare un canale a basso costo per ottenere una pubblicità ad alto rendimento. Adoperare strumenti migliori significa aumentare la redditività. La redditività crea lucro. Il lucro è il fine ultimo di ogni azienda. Il sillogismo è chiuso.

Il blog è uno strumento potente perché nell’era dell’intelligenza connettiva (vedi in proposito l’interessante intervista di Massimo Mattone a De Kerchove sul prossimo Internet Magazine di Dicembre) rappresenta la soluzione ideale per far emergere sensazioni e notizie, capacità e relazioni. Il trackback ed i link sono l’anima della connettività tra le diverse unità di contenuto e la comunità stessa della blogosfera diventa da una parte un mercato appetibile e dall’altra una imprescindibile cassa di risonanza per la propria attività di marketing. Anche questo è “2.0“. Ormai il fenomeno è imposto, inutile ignorarlo: chi ancora ha paura dei blog è destinato a cambiare velocemente idea. O a pagare pesantemente dazio.