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100 dollari di questione morale

Nel nome dell'innovazione e dell'aiuto umanitario l'occidente esporta se stesso ai paesi più poveri. Nel contempo si discute sulla bontà del progetto di Negroponte, che Intel giudica con scherno. Dilemma: ci stiamo ponendo le domande giuste?

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Il laptop da 100 dollari è ormai famoso: ancora non è entrato in distribuzione e la stessa filiera produttiva è dichiaratamente ferma, ma il piccolo gingillo verde ha occupato le cronache del web fino a sconfinare in una televisione normalmente estranea alle vicende che più da vicino interessano internet. La ‘forza’ della notizia sembra essere diversa, anche se in pochi lo ammettono esplicitamente: il laptop da 100 dollari è una bomba innanzitutto sociale ed economica, ed in tutto ciò l’informatica appare quasi come un pretesto.

L’argomento è esploso durante il World Summit on the Information Society di Tunisi, quando Negroponte ha presentato la propria creatura alla stampa mondiale affiancato da Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite. Sono poi passate settimane intrise di pubbliche relazioni, in cui il progetto è stato promosso e spiegato all’utenza interessata. Il tutto torna ora a galla a seguito delle severe contestazioni avanzate da un nome altisonante quale quello di Craig Barrett, amministratore delegato Intel. Barrett non usa mezze parole per bocciare il progetto di Negroponte e probabilmente fa leva proprio sulla nota aleatorietà delle geniali idee di Negroponte stesso per smontare parola dopo parola tutto il castello teorico costruito attorno al marchingegno a manovella destinato ai paesi poveri.

Barrett definisce innanzitutto come un semplice “gadget” il computer di Negroponte, negando per esso qualunque futuro o utilità. Secondo Barrett non c’è mercato per il computerino a manovella, i governi non vorranno un pc privo della necessaria elasticità ed il parametro di giudizio (da Negroponte volutamente spostato sul parametro prezzo) non è valido per uno strumento che andrebbe solo giudicato sulle funzionalità offerte. Secondo Barrett, infine, la vendita di strumentazione hardware presso i governi è una mossa economica destinata al fallimento così come già è successo per casi simili nel passato: il modello economico non regge, il fallimento è inevitabile.

Critiche aspre, sprezzanti, risolute, con un giudizio intrinseco di assoluta negatività. Tanto che vien da sospettare che ci sia dell’altro. E quell’altro è sotto gli occhi di tutti. Infatti il computer da 100 dollari nasce sotto la luce di un modello economico e produttivo non solo rivale del polo Intel, ma opposto negli stessi principi filosofici che ne reggono la struttura. Microsoft contro Linux, Google contro Yahoo, codice proprietario contro codice aperto e, soprattutto, Intel contro AMD. La posta in gioco è forte, immensa: milioni di potenziali utenti, una clientela formata da istituzioni governative, un potere politico oltre ad un semplice potere commerciale. E’ in ballo il futuro dell’informatica in una visione di lungo periodo a cui entrambi i poli non possono deliberatamente rinunciare. Intel, inoltre, non si tira indietro e prepara un braccio di ferro che si prevede molto combattuto: un polo uguale e contrario a quello cresciuto attorno a Negroponte è pronto ad intraprendere una strada parallela che, è presumibile, giungerà ad un laptop a basso costo basato su modelli contrari al primo presentato al mondo.

Si potrebbero fare mille osservazioni circa le parole di Negroponte prima e quelle di Barrett ora. Ma sarebbe interessante riuscire ad ascoltare voci troppo flebili per essere rilevate: quelle dei diretti interessati. A parte Brasile, Thailandia, Egitto e Nigeria (i primi paesi affiliati al programma One Laptop per Child – OLPC), quanti e quali altri paesi aderiranno all’offerta? E soprattutto: come accoglierà la popolazione l’innovazione proposta? La storia insegna molte cose circa i modelli economici, ma una in particolare dovrebbe far riflettere: esportare un modello economico significa in qualche modo legare un paese alla propria produzione; esportare un modello comunicativo significa in qualche modo vincolare il paese-cliente al proprio modello informativo; esportare un modo di pensare significa in qualche modo soggiogare il paese-utente al proprio modello razionale.

Esportare un computer significa dunque anche imporre un modello culturale. L’impatto che il computer a manovella potrà avere sulla vita dei bambini dei paesi bisognosi è stato valutato in profondità? La proposta del sogno occidentale a basso prezzo: siam sicuri che non sia un modo per perpetrare l’infinita schiavitù che il nord del mondo ancora impone ai paesi più bisognosi? Gli innegabili vantaggi che l’innovazione e l’alfabetizzazione informatica possono portare in taluni paesi in via di sviluppo (perché il terzo mondo è ancora tutta un’altra cosa) sono controbilanciati da rischi calcolati o si rischia di minare un intero modello sociale nel nome di una innovazione in chip piovuta dall’alto? Anche se probabilmente in buona fede, siam sicuri che l’occidente nell’esportare un qualcosa ritenuto positivo non vada a provocare più problemi di quanti non ne risolva? La cosiddetta “esportazione della democrazia”, in tal senso, dovrebbe insegnare qualcosa.

La questione morale che coinvolge i paesi interessati andrebbe approfondita parallelamente alle diatribe economiche ed informatiche che coinvolgono solo una ristretta parte del mondo (la nostra). Perché se la vaporware story è un rischio soprattutto per la nostra ricerca ed il nostro sviluppo (ovvero per la nostra economia), forse un progetto mal plasmato potrebbe diventare invece un serio rischio per realtà già deboli per altre cause. Cause per le quali già dovremmo batterci il petto.

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