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Schiavi per l’iPod

Una inchiesta di una testata inglese solleva inquietanti dubbi circa le condizioni di lavoro degli operati cinesi impegnati nell'assemblaggio degli iPod. Ritmi da 15 ore al giorni, 50$ mensili di salario: Apple nega ogni addebito e promette indagini

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Inizia a sollevare un certo polverone l’inchiesta della britannica “The Mail on Sunday” che nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme per le condizioni di lavoro presso alcuni stabilimenti cinesi in cui avviene l’assemblaggio degli iPod. Il caso ha iniziato a gonfiarsi diventando una potenziale bomba ad orologeria per l’immagine di Apple (e dei suoi prodotti) nel mondo.

Da Cupertino non era più possibile temporeggiare ulteriormente e con una nota ufficiale si è dunque sgombrato il campo da ogni sospetto: l’assemblaggio è affidato ad aziende terze che stipulano con la casa di Cupertino un preciso accordo in cui si prevede anche il rispetto delle basilari norme di comportamento nei confronti dei lavoratori. Se il lavoro è affidato a ditte esterne, esterna è anche ogni responsabilità: Apple nega ogni addebito e garantisce le doverose verifiche su quanto denunciato dal giornale.

Le immagini dellinchiesta

Le immagini dellinchiesta

Per gli operai le condizioni descritte sono assolutamente proibitive: 50 dollari al mese di salario, ritmi da 15 ore al giorno, notti passate in dormitori di massa e privazione pressochè totale dei diritti basilari dei lavoratori: «è come essere nell’esercito. Ci fanno stare in piedi per ore. Se ci muoviamo, siamo puniti e ci fanno stare in piedi ancora più a lungo. Se ci viene ordinato, dobbiamo lavorare oltre il nostro orario, e possiamo tornare ai dormitori solo col permesso del capo»: così La Stampa riporta l’intervista ad uno degli operati della cosiddetta “iPod City”.

L’inchiesta ha preso il via dopo la visita di alcuni stabilimenti in cui è attiva la produzione di iPod Nano ed iPod Shuffle. In queste sedi sarebbe attiva una ferrea sorveglianza posta in essere al fine di evitare ogni possibile episodio di spionaggio industriale. Nell’inchiesta si fa esplicito riferimento alla necessità di mantenere bassi i costi di produzione per aumentare la competitività del prodotto, e su questa base la reazione Apple è più che motivata e plausibile: il rischio di eventuali problemi di immagine è da scongiurare in qualche modo ed un intervento radicale del gruppo sulla questione è a questo punto facilmente presumibile.

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