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LimeWire denuncia l’oligopolio della RIAA

LimeWire, colpita da una denuncia della RIAA, cerca di ribaltare la situazione con una contro-denuncia all'associazione delle major. Nel mirino l'oligopolio detenuto nella distribuzione dei supporti musicali e l'accanimento contro i modelli alternativi

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L’ultimo baluardo del peer-to-peer ha deciso di prendere in mano la situazione e, nell’ottica di una strategia offensiva a difesa dei propri asset, ha impugnato la via legale contro-denunciando la Recording Industry Association of America (RIAA). La prima denuncia arrivata dall’associazione, la quale puntava il dito contro LimeWire nel tentativo di intraprendere la stessa strada che ha portato tutti gli altri servizi ad alzare bandiera bianca. La contro-denuncia arriva ora da LimeWire nel tentativo di differenziare il proprio percorso dai precedenti, ribaltando i ruoli e mettendo alla prova la RIAA dalla parte della difesa.

Il contropiede è sicuramente pià interessante che non la fase difensiva vera e propria: LimeWire porta avanti la propria anima open source e la mancanza di un controllo centrale per allontanare da sè le accuse RIAA: la strategia non ha funzionato in passato e difficilmente potrà funzionare ora, dunque la posizione non appare sufficientemente forte in tal senso e probabilmente gli avvocati LimeWire ne sono consci.

La denuncia contro la RIAA, invece, è una novità che lascia quantomeno aperto qualche spiraglio verso un nuovo percorso di sviluppo della situazione: LimeWire accusa infatti le major di aver fatto cartello, di aver annientato ogni prodotto alternativo e di aver illegalmente difeso il proprio storico modello economico cancellando i servizi che avrebbero potuto determinare una concorrenza. Non si bada a quale tipo di concorrenza sia stata posta in essere, si chiede semplicemente alla corte di giudicare anche le pratiche poste in essere dalla controparte.

Infatti, spiega il testo dell’accusa, «negli anni l’industria musicale ha tratto larghi profitti non tanto direttamente dal possesso del copyright, quanto più dal controllo delle vendite e della distribuzione dei supporti fisici». Il danno non può dunque in realtà essere stato arrecato e, nel contempo, LimeWire nega ogni qualsivoglia altra accusa spiegando che la struttura è decentralizzata, che il mondo della distribuzione musicale è cambiato e che con le major c’è mai stata alcuna possibilità di trattativa.

Fino ad oggi la RIAA ha raccolto 50 milioni da Grokster, 100 dalla Sharman Networks, 30 da BearShare ed altrettanti da MetaMachine. Per ora LimeWire nega alla giustizia ogni rassegnazione e ribalta il gioco respingendo la tesi RIAA che addebitano al gruppo danni superiori ai 400 milioni di dollari. Per LimeWire gli orizzonti non sembrano essere troppo rosei, ma la novità è che anche l’associazione delle major dovrà passare al vaglio del giudizio con l’impegno di negare i propri intenti ostruzionistici nei confronti delle alternative di mercato. Per la RIAA la nascita dei vari music store nel contempo emersi potrebbe essere un primo argomento forte a portata di mano.