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Il vero grande fratello

Il vero grande fratello forse non lo conosciamo. Forse non è Google, forse non è nemmeno Microsoft. Il grande fratello non ha un nome, così non lo possiamo identificare. Il grande fratello agisce nel buio, e noi non lo sappiamo. Solo ataviche paure?

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Nello speciale curato da Webnews per il SES 2007, c’è un filmato di tutto interesse in cui l’attenzione è stata posta sul pericolo potenziale che Google può rappresentare per la privacy degli utenti. L’intervista si inserisce nel filone della riflessione che da più parti viene sollevato relativamente ai rischi che un monopolista della ricerca (e non solo) sul web possa rappresentare: è cosa giusta e buona che un gruppo abbia in mano una grande quantità di dati relativi all’utenza (considerata nella singola entità delle persone)? È cosa giusta e buona il fatto che l’utente presti la propria privacy per avere in cambio servizi e vantaggi di vario tipo? È cosa giusta e buona il fatto che Google sia l’attore principale del settore (soprattutto dopo la recente acquisizione di DoubleClick) e dunque riesca a catalizzare una quantità ingente di informazioni sui singoli, superando qualsiasi limite mai valicato in precedenza?

Questi alcuni spezzoni delle interviste, così come proposte dalla trascrizione relativa:

  • Giorgio Taverniti: «non vedo […] un monopolio, diciamo in Italia i dati sono schiaccianti da parte di Google, invece nel settore americano vediamo che Yahoo! ha ancora una buona fetta di mercato […] La stessa Microsoft ultimamente ha comprato aQuantive e addirittura ha speso il doppio di quanto ha pagato Google DoubleClick, quindi non vedo proprio una periocolosità per i motori di ricerca»;
  • Alessio Semoli: «personalmente credo che questo tipo di tendenza dovrà in qualche maniera essere regolamentata, non soltanto per l’aspetto Web ma per tutto quello che gli sta intorno. È chiaro che sempre di più se non ci saranno player sul mercato in grado di dare una concorrenza forte a Google, sarà sempre più padrone di tutti quelli che sono i dati acquisendo gli spazi oggi rimasti aperti da altri competitor che oggi non ci sono»;
  • Piersante Paneghel: «il rischio vero non è sul trattamnento della privacy del singolo utente ma sull’enorme massa di dati, estremamente preziosi per qualsiasi attività, che spono in mano a un unico monopolista di fatto. è quello il punto, che su quei dati Google potrebbe montare non solo le proprie fortune odierne, ma anche quelle future intercettando prima e meglio di altri ad esempio i trend di mercato o le potenzialità che apre un canale. In questo senso è pericoloso. Per noi sarebbe decisamente meglio avere tre player allo stesso livello e quindi giocare su tre tavoli diversi»;
  • Salvatore Cariello: «secondo me la creazione di un forte monopolio è pericolosissima per il mercato del Search Mkg e anche e soprattutto per la privacy degli utenti»;
  • Enrico Altavilla: «la situazione di monopolio non fa bene a nessuno. L’azienda di fatto monopolista ha ovviamente interessi a acquisire e a espandersi sempre di più. Ma questo non è un’interesse esclusivo del monopolista e quindi si spera e si presume che anche gli altri competitor e gli altri player del mercato cerchino di allargarsi un po’».

Nei cinque interventi è evidente una preoccupazione su tutte: il monopolio è un grave rischio per la privacy. Parole sante. Ma forse non è tutto qui.

La lenta disgregazione della privacy
Google sa chi sono: gliel’ho detto con il Google Account. Sa quali sono i miei interessi, li denota dalla mia casella di posta e dalle mie chat su Google Talk. Con Google Checkout sa il numero della mia carta di credito e cosa compro. Sa i feed che leggo con Google Reader e sa cosa ho nel mio pc grazie a Google Desktop. Ha addirittura le mie foto su Picasa e, una volta che le avrò geolocalizzate, saprà anche dove mi sono spostato nel tempo. Google sa tanto, tantissimo. Ma gran parte dei miei dati li sa anche Yahoo, per non parlare di Microsoft o di chiunque altro: ogni singola persona ha decine, se non centinaia, di account aperti sul web per accedere a vari servizi.

Il problema di Google è solo una parte di una questione più generale. La capacità di Google è stata nel forzare poco alla volta il concetto di privacy: una piccola violenza quotidiana passa inosservata, mentre gli strappi generano avversione. Chi si ricorda le polemiche relative a Gmail? Chi ricorda l’onda di contestazioni che anche la politica cavalcò per difendere la privacy degli utenti? Pochi mesi ed è tutto finito: il motore indicizza tutto senza problemi e gli algoritmi delle server farm americane fagocitano dati su dati senza che più la cosa sia notata. Quella che allora sembrava una forzatura eccessiva, in breve è stata assimilata dall’opinione pubblica e l’utenza ben presto è stata lieta di offrire i propri dati in cambio di un servizio utile, gratuito, piacevole ed efficiente.

Quella degli utenti è stata formalmente una scelta conscia: Google asserisce di utilizzare i dati solo al fine di proporre pubblicità rilevanti, dunque perchè temere? Non c’è problema alcuno: l’utente affida qualche informazione e ne trae in cambio spazio illimitato, un buon spam filter, tutta roba di valore. Con Google Desktop il limite della privacy è stato ulteriormente forzato, ma dopo le urla ai quattro venti della fase iniziale tutto s’è sopito e l’utenza, docile docile, è tornata ad affidare i propri dati ai server di Mountain View.

Qual’è dunque il vero grande fratello?
Alla luce di quelle che sono le nostre conscie scelte ed il nostro cangiante concetto di “privacy”, non c’è motivo (al di là di cattivi e malfidenti pensieri) per dubitare di Google. Così come non c’è motivo per dubitare di Yahoo, Microsoft o altri. Se fanno quel che dicono, usano semplicemente i nostri dati per vendere meglio, per analizzare meglio il mercato, per studiare i nostri istinti: la tv non l’ha sempre fatto? I giornali non l’hanno sempre fatto? E non abbiamo espressamente accordato la cosa all’atto dell’iscrizione ai vari servizi? Il monopolio formalmente non c’è, mentre il mare delle rassicurazioni trabocca. Qual’è, dunque, il limite ultimo oltre il quale la privacy non va oltrepassata (visto che tutti i limiti precedenti sono stati erosi con facilità disarmante)?

Il timore, però, è un altro: tutti i nostri dati sono dentro quei server. Le nostre abitudini, le nostre opinioni, le nostre attitudini, i nostri principi, la nostra vita: è tutto là dentro. I nostri dati sono etichettati, digeriti, analizzati, indicizzati in grandi memorie e conservati per anni. Se oggi (con le leggi di oggi e l’ordine sociale di oggi) tutto potrebbe essere regolare, cosa può invece succedere domani? Usciamo da un caso Telecom che ha dimostrato come chiunque poteva ascoltare conversazioni private pagando con gran semplicità movimenti oscuri appositamente creatisi. Usciamo da un post “11 settembre” in cui si è scoperto come il Presidente degli Stati Uniti abbia deliberatamente ignorato la privacy degli utenti nel nome della paventata sicurezza degli stessi. Usciamo da troppi casi in cui la realtà di facciata era ben diversa da quella del substrato o dei sotterfugi.

Il problema vero e grande potrebbe forse non essere in quel che dei nostri dati vien fatto, ma in quello che potrebbe essere fatto. Da chi? Da “nessuno”, da qualcuno che non ha un nome, da qualcuno che, in ogni caso, agirà sempre e solo nell’ombra ma con a disposizione sempre più dati e sempre più materiale. Di noi potrebbero sapere tutto, e la conoscenza è potere. Non è che, per l’ennesima volta, stiamo tutti assieme guardando il dito invece che la luna?

Perchè la privacy, così come le leggi, altro non è se non una convenzione sociale.

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