Bidibi bodibi click

Quando ero piccino mi affascinavano gli ascensori. Perchè c’era qualcosa di elettrizzante nel fatto che bastava premere un pulsante per vedersi chiudere la porta e ritrovarsi 4 piani più giù. C’era una sensazione di potere e di leggerezza che solo più tardi mi fu spiegato come fenomeno sinergico: compiere una piccola azione per ottenerne una

Quando ero piccino mi affascinavano gli ascensori. Perchè c’era qualcosa di elettrizzante nel fatto che bastava premere un pulsante per vedersi chiudere la porta e ritrovarsi 4 piani più giù. C’era una sensazione di potere e di leggerezza che solo più tardi mi fu spiegato come fenomeno sinergico: compiere una piccola azione per ottenerne una molto più importante.

A quei tempi la tv non aveva ancora il telecomando. Sembra di parlare di ere fa, ma da ragazzo nemmeno trentenne quell’era l’ho vissuta e così mi dovevo alzare da tavola quando la mamma mi diceva di spostare sul cinque perchè c’era Dallas che iniziava. E quel compito era mio, guai sostituirmi. Perchè c’era un bottone da schiacciare, ed era una cosa troppo eccitante. All’arrivo del telecomando il nuovo passatempo preferito fu quello: lo zapping, il televideo, un piccolo mondo che si apriva sotto le dita. 201, calcio. 501, televisione. 101, ultimora. 120, altre notizie. 600, scienza. Sapevo il numero di ogni rubrica a memoria. La mia prima internet era quella, in RAI.

Il joystick dell’Atari fu il passo successivo. Rosso e scomodo, con quella manopola sempre piccola e scivolosa, ma su quel pulsante ci si riversava l’anima ad un ritmo forsennato per svuotare la propria fondina quanto più in fretta possibile sui propri nemici.

E così, tra un pulsante e un altro, gli anni ’80 e gli anni ’90 sono passati con un aumento più che proporzionale del numero di click che andavo facendo su qualunque cosa. Oggi, nel nuovo millennio, la giornata ormai passa così: schiacciando mille e mille pulsanti sulla tastiera, manovrando quell’oracolo meraviglioso che è il mouse. Click, click, click, click, click, azioni minime per un potenziale enorme, click, sinergie mirabolanti, click, qui davanti, sulla mia scrivania. Click.

Sono passati ormai tre decenni, ma la meraviglia da infante per i bottoni e per i click non è cambiata. Ancor oggi è qualcosa di eccitante poter ottenere grandi cose con così poco. A volte penso che siano le dita di Lamu o le bacchette di qualche altro super-personaggio dei cartoon ad aver messo in testa alla mia generazione questo gusto per quel gesto preciso. O forse è solo tutto un effetto della vertigine del sentirsi seduti “sulle spalle dei giganti”.

Quel che so è che nel click c’è sempre qualcosa di misterioso, di affascinante, di incerto, di potente. Ieri e oggi.

Nulla su questa terra si avvicina di più alla magia…

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