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Inquisito, il CEO di Samsung si dimette

Ha deciso di dimettersi il CEO di Samsung, accusato di evasione fiscali e di altri reati connessi alla sua attività dalle autorità coreane. Nonostante le gravi accusse, Lee Kun Hee potrebbe non dover scontare alcun giorno di carcere

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Dopo una lunga e meditata riflessione, il tycoon coreano Lee Kun Hee ha deciso di dimettersi dalla presidenza di Samsung in seguito alla dure accuse ricevute dalle autorità coreane per evasione fiscale e abuso di fiducia. Con un messaggio destinato all’intera popolazione della Corea del Sud, che considerava il magnate quasi quanto un sovrano dell’economia nazionale, Lee Kun Hee si è dichiarato molto dispiaciuto e profondamente addolorato per la vicenda che lo ha portato alle dimissioni.

La decisione di Lee Kun Hee ha avuto anche pesanti ripercussioni su suo figlio, dirigente emergente considerato il delfino di Samsung e prontamente rimosso dai suoi incarichi di senior manager. L’ormai ex responsabile della società coreana dovrà affrontare un processo che, tra i numerosi capi d’accusa, include anche l’evasione fiscale per una somma intorno ai 120 milioni di dollari. Una accusa di tale entità si tradurrebbe in un lungo periodo di carcere per un cittadino qualsiasi della Corea del Sud, ma non per un personaggio di spicco della finanza.

I giudici coreani, infatti, si sono generalmente dimostrati particolarmente ben disposti nei confronti dei principali protagonisti dell’economia nazionale, comminando pene poco severe e imponendo molto di rado la pena detentiva. Tale atteggiamento sarebbe dovuto alla necessità di non condizionare la florida economia coreana, protagonista con multinazionali come Samsung in buona parte del pianeta. L’ex CEO di Samsung godrebbe, inoltre, di numerosi agganci politici come emerso chiaramente in una serie di indagini svolte nel gennaio del 2008.

Secondo numerosi analisti, le dimissioni di Lee Kun Hee non sarebbero dunque destinate a cambiare particolarmente gli assetti e le strategie di Samsung. Dopo un periodo, ancora incalcolabile, di decantazione con una governance “ombra”, il figlio di Lee Kun Hee potrebbe recuperare un nuovo ruolo di spicco nella società, traghettando il lungo regno paterno verso una nuova generazione. E proprio su questa eventualità si addensano le accuse per “abuso di fiducia”. Per assicurare la successione al figlio, Lee Kun Hee – che ereditò già Samsung alla morte di suo padre nel 1987 – avrebbe trasferito alcuni pacchetti azionari al suo pupillo in modo da consentirgli un futuro controllo di Samsung Group. Le prove rinvenute dagli inquirenti negli ultimi mesi di indagini sarebbero, però, insufficienti e tali da rendere prevedibile una risoluzione rapida, e positivia, del contenzioso legale per il magnate coreano.