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Scuola dell’infanzia: Google ammira l’Italia

Susan Wojcicki ha portato in Google la filosofia italiana "Reggio Emilia" per l'educazione dei figli dei dipendenti, ma la cosa ha costretto il gruppo ad aumentare i costi. Emerge così qualche dissapore interno: non sempre la qualità paga.

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C’è qualcosa che Google ammira profondamente dell’Italia: la scuola dell’infanzia. Susan Wojcicki, in particolare, ne ha fatto un suo cavallo di battaglia nell’azienda ed ha scelto la qualità dell’impronta tricolore nell’allevare i figli dei dipendenti dell’azienda. La filosofia che ha proposto la Wojcicki (Vice Presidente Product Management del gruppo) ha un nome preciso e non casuale: “approccio Reggio Emilia” (una piccola scheda illustrativa è disponibile su Wikipedia). Sono qui, infatti, le scuole per l’infanzia migliori al mondo, quelle apprezzati oltreoceano per la qualità e l’innovatività dell’approccio all’apprendimento. Ma la scelta qualitativa non sempre paga, e questa presa di posizione della Wojcicki è destinata a comportare non poche ripercussioni sull’equilibrio interno dell’azienda.

Gli asili, infatti, sembrano essere improvvisamente diventati un problema a Mountain View. Se Google era riconosciuto come uno dei migliori posti al mondo presso cui lavorare, ciò era in buona parte dovuto anche al servizio “low cost” che l’azienda metteva a disposizione dei dipendenti per il “day care” (denominato “Kinderplex”) dei propri bambini. Improvvisamente, però, l’offerta a basso costo è scomparsa lasciando il posto all’eccellenza della “Reggio Emilia”. La cosa ha comportato un balzo dei costi del 77% e tale scelta non è stata accolta di buon grado da parte di quanti fruivano con piacere del vecchio profilo educativo riservato ai propri pargoletti.

La tariffa antecedente era di 1425 dollari al mese. La nuova tariffa è di 2500 dollari. La crescita è dunque sostanziale e quantificabile in circa 20 mila dollari annui, tutta spesa aggiuntiva al carico dei genitori alle dipendenze dell’azienda di Mountain View. Ed ai genitori non è bastato sapere che la lista d’attesa è destinata a scendere in tempi brevi grazie all’aggiunta di centinaia di nuovi posti (crescita peraltro dovuta al forte aumento del personale del gruppo): in mesi difficili per tutta l’economia, e con Google al centro di un piccolo problema di immagine sfociato anche in molte dipartite verso altri lidi lavorativi, la virata risulta essere pericolosa ed in grado di imbarcare acqua.

Alcune fonti avrebbero peraltro riferito di una certa stizza da parte di Sergey Brin nei confronti di alcuni dipendenti “viziati”, pronti a pretendere trattamenti di favore in ogni occasione. Tale voce sarebbe comunque priva di conferme e, anzi, da Mountain View giungono ovviamente solo smentite. La questione degli asili sembra comunque solo un caso particolare, dal quale traspare comunque una certa insofferenza lontana dai fasti di pochi mesi fa: il crollo delle azioni (peraltro generale e non certo legato ad un qualche problema nel mercato del gruppo) e qualche dubbio sulle possibilità di continuare la crescita stupefacente finora registrata hanno probabilmente minato l’idilliaca atmosfera di Mountain View, tutta originalità ed entusiasmo.