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Tutti gli errori della EMI

Ritardo nella digitalizzazione della propria discografia; mancata cooperazione con i social networks; scarsa lungimiranza nell'interpretazione del mercato immateriale. Sono queste le cause che avrebbero portato l'etichetta EMI allo sbando finanziario

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Il gruppo EMI ha attraversato un periodo difficilissimo. A dirlo non sono stime o analisti, ma i numeri provengono direttamente da Terra Firma, il fondo privato controllante l’etichetta. Alla base del grave insuccesso vi sarebbero non solo una forte incapacità gestionale nel mercato tradizionale, ma anche una evidente difficoltà nella conversione alla nuova realtà “immateriale” della musica.

Il 50% dei CD sarebbe tornato alla casa madre invenduto nel periodo Aprile/Maggio 2007 e gran parte degli artisti sotto contratto non avrebbe alcuna incidenza reale sui profitti dell’etichetta. Nell’anno fiscale terminato il 31 Marzo, il gruppo avrebbe pertanto perso qualcosa come 757 milioni di sterline con appena tre artisti in grado di vendere più di un milione di copie. Meglio, però, nei mesi successivi: il gruppo sarebbe tornato ai suoi standard tradizionali ed il «disastro» configurato da alcuni a seguito della rilevazione di Terra Firma è parso allontanarsi temporaneamente (il condizionale rimane però elemento obbligato in ogni tipo di giudizio).

Il report del leader Lord Birt, però, appare chiaro: il gruppo deve orientarsi ad un nuovo tipo di cultura aziendale, deve aprirsi al cambiamento e deve pilotare questa transizione. Secondo Birt la crescita del comparto digitale sarebbe stata, tra il 2005 ed il 2007, del 115% mentre la media del settore è stata del 148%. Non solo. EMI non avrebbe collaborato con utili strategie ad una cooperazione con i social network, autentici traini alla vendita musicale odierna e del prossimo futuro. Addirittura il gruppo avrebbe digitalizzato appena una piccola parte del proprio parco discografico (solo il 30/35% sarebbe disponibile al download), il che limiterebbe l’esposizione della EMI alle nuove opportunità provenienti dalla rete.

Birt non le manda a dire ed opera una feroce critica nei confronti della casa discografica. Non si cancella la fiducia che ha portato all’acquisizione, ma nel contempo si suggerisce la necessità di cambiare marcia. Purtroppo per Terra Firma, però, non sta per aprirsi un periodo di vacche grasse: le difficoltà che l’economia sta proponendo impongono anche ad EMI una necessaria cura dimagrante che snellisca le strutture ed alleggerisca la voce “costi” a bilancio. In previsione vi sarebbero già 1500 licenziamenti entro la fine dell’anno.

Terra Firma ha dimostrato di credere con forza nelle opportunità della nuova dimensione del mercato discografico. Ne è riprova la pesante analisi odierna di Birt, ma il sentore era già venuto a galla nel momento in cui proprio da Terra Firma giunse un atto d’accusa anche contro la RIAA, colpevole di operare pratiche distruttive poco utili ad intrattenere un virtuoso rapporto con l’utenza.