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Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna

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All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro?

Per chi in questi giorni abbia seguito la tradizione religiosa della visita nei vari cimiteri, una riflessione potrebbe forse affiancare quelle tradizionali sulla vita e sulla morte, sulla caducità del nostro essere e sul valore sociale di un riconoscimento comunitario dei nostri avi. Di fronte alle varie lapidi, infatti, l’immagine è quella di una fotografia taciturna. Di una pietra fredda. Di una data metallica. Questa una pratica propria della nostra società, pratica consolidatasi in questi decenni. Ma, senza voler per forza ricondurre alla tecnologia anche un discorso del genere, forse un interrogativo occorrerebbe porselo: fino a che punto l’innovazione tecnologica (e tutto il contesto culturale che si porta appresso) potrebbe cambiare il nostro modo di concepire la morte?

Come potrebbero essere, quindi, i nostri cimiteri tra 100, 150, 200 anni?

La fotografia è un medium facilmente riconducibile all’idea della morte: cristallizza una immagine, ferma il tempo e porta nel futuro un elemento privo di ogni animazione (svuotato di qualsiasi sviluppo, privo di qualsivoglia segno di vita).

I cimiteri non sono sempre stati quelli di oggi. A partire da quanto descritto ne “I sepolcri” di Foscolo (da cui la citazione iniziale), l’approccio al tema della morte è continuamente andato modificandosi nella storia. L’introduzione della fotografia ha introdotto un tema importante: la testimonianza. Una piccola immagine ha così introdotto una icona sulla pietra, un elemento distintivo che informa sulla persona a partire dai suoi tratti somatici. La fotografia, come detto, è però solo una icona che si fa riferimento, senza descrivere alcunché e lasciando solo ai ricordi di amici e parenti la memoria del defunto.

Oggi, come mai in passato, ognuno di noi sta lasciando dietro di sé una corposa scia di informazioni mai vista. Il web, soprattutto, è una nuova dimensione di noi stessi che, a cavallo tra Flickr e Facebook vari, riesce a creare una immagine a tutto tondo che (consapevoli o meno) nel tempo ci si crea per affidarla ad amici o semplici conoscenti remoti.

E domani? Quando diventerà una necessità avvertita la possibilità di procrastinare nel tempo la propria presenza in questa dimensione terrena tramite quelli che sono i propri account online? Quando una gallery sostituirà la fotografia sulla lapide e quando un social network animerà le discussioni ed i ricordi relativi ai cari defunti?

No, non oggi. Né domani. La sacralità della dimensione post-mortem è oggi non intaccabile, perchè parte integrante della nostra cultura. Occorre però armarsi di una certa elasticità mentale e, alla luce di quello che ha raccontato la storia, ammettere la possibilità di sviluppi oggi imprevedibili anche per una questione tanto sensibile.

Qualcuno ha già ipotizzato soluzioni tecniche praticabili: Cemetery 2.0 non ha però alcuna importanza perchè non è la tecnica, in questo caso, ad impedire il cambiamento. La cultura diffusa deve prima accettare l’invadenza della tecnologia e l’interazione con dimensioni parallele del nostro essere. I cimiteri, inoltre, sono una realtà piena di simbologia che un soffio di tecnologia non può spazzare in pochi decenni. Sarà un processo, sia pur se ineludibile, molto lento. Probabilmente però il tutto inizierà con un certo sfilacciamento del rapporto “fisico” con il “luogo” cimiteriale, vi sarà una progressiva virtualizzazione dell’incontro con la nuova dimensione del defunto, quindi la tecnologia apporterà le proprie prime vere soluzioni d’avanguardia.

La tecnologia rifletterà soltanto un ineludibile cambiamento culturale: non la causerà, non la guiderà, non ne sarà elemento determinante. La tecnologia, però, renderà possibili le risposte alle esigenze che andranno maturando con il mutare del nostro diverso approccio all’argomento.

Una cosa sola è certa. Tra 200 anni noi non ci saremo e saremo ricordati soltanto secondo le modalità oggi ipotizzabili. Ma il modo con cui i nostri pronipoti concepiranno i concetti di memoria, identità e testimonianza saranno sicuramente totalmente differenti. E probabilmente, per l’attuale modo di pensar le cose, quasi blasfemi.

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