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Si chiude la class action contro Takafumi Horie

I bilanci truccati della Livedoor hanno nutrito tutte le ambizioni e l'arrampicata sociale di Takafumi Horie, ma nel contempo hanno portato nel baratro l'azienda mandando in fumo gli investimenti degli azionisti. I quali ora recupereranno briciole

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Takafumi Horie è un nome che probabilmente per i più significa poco. Eppure Horie è diventato una autentica star negli anni passati, arrivando all’apoteosi del 2006 quando tutto gli è crollato addosso. Takafumi Horie era ai tempi a capo del progetto TurboLinux: giapponese, sospettosamente vicino al premier Junichiro Koizumi, si è sempre distinto per stili di vita opinabili, un approccio altezzoso con il pubblico ed una forte intraprendenza. I primi investimenti nel mondo dei media (Fuji Television Network) e dello sport (la squadra principale di baseball di Osaka) ha alzato il livello di guarda delle autorità, fin quando il castello di sabbia è crollato ed il caso Livedoor è scoppiato. A distanza di oltre tre anni la prima notizia parzialmente positiva: chi aveva investito in Livedoor potrà rivedere almeno in parte, in minima parte, il proprio danaro.

Il crollo di Livedoor trascinò all’epoca nel baratro l’intera borsa giapponese: tra i più colpiti la TurboLinux (direttamente controllata da Horie) e Yahoo Japan. Una class action venne avviata contro Horie e la sentenza odierna ha rimesso ordine nella vicenda: 3340 individui avranno diritto a rimborsi per 7.6 miliardi di yen in tutto (81 milioni di dollari) contro una richiesta complessiva pari a 23 miliardi di yen. Un terzo della torta è dunque tornata ai legittimi titolari, il resto è andato perduto. La denuncia puntava a recuperare il denaro andato in fumo dopo il crollo delle azioni Livedoor e tale ramo dell’inchiesta rappresenta uno stralcio rispetto alle indagini che hanno visto Takafumi Horie condannato a 2 anni e mezzo di detenzione.

Oggi Takafumi Horie ha 36 anni e continua a dichiararsi innocente. Tutto quel che è successo alla Livedoor sarebbe stata una manovra architettata da rivali «invidiosi», una strategia per fermare l’arrampicata sociale di un personaggio scomodo e altolocato. Horie, al tempo dell’arresto, era addirittura indicato per un ruolo parlamentare in seguito mai ottenuto. Sebbene l’imputato abbia sempre difeso la propria posizione, le accuse nei suoi confronti sono particolarmente precise: Horie avrebbe truccato i bilanci Livedoor del 2004, trasformando un passivo da 300 milioni di yen in un attivo fittizio di 5 miliardi di yen.

Livedoor era nel 2003 uno dei principali provider giapponesi. Horie prometteva di portare la banda larga in tutto il paese, ma perseguiva il proprio obiettivo con manovre illecite e nutrendo l’immagine del proprio personaggio grazie a comportamenti anticonformisti e partecipazioni pubbliche. Ad un certo punto avvenne la perquisizione degli uffici; il fermo di alcuni dei principali responsabili Livedoor; le accuse di aggiotaggio e false comunicazioni societarie; il suicidio del vicepresidente di una banca vicina a Horie; la sospensione immediata del titolo Livedoor ed il successivo delisting.

A distanza di 3 anni Takafumi Horie continua a professarsi vittima innocente di un sistema che lo ha voluto affondare. Agli investitori che avevano creduto nella sua immagine e nella sua scalata rimane invece un pugno di yen ed uno schiaffo morale.