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Zopa, ecco i motivi della sospensione

Zopa è stata esclusa da parte del Ministero dell'Economia e delle Finanze dall'elenco degli intermediari finanziari ex art. 106 a causa di un vizio congenito nella natura stessa del social lending: le somme in attesa di prestito configurano un deposito

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Zopa ha reso pubblica la motivazione che ha comportato la diffida della Banca d’Italia e la conseguente esclusione da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze dall’elenco degli intermediari finanziari ex art. 106. Nella fattispecie spiega ancora Maurizio Sella, CEO Zopa, nell’update al post che ha ufficializzato l’improvvisa emergenza: «a Zopa è stato contestato di aver fatto raccolta del risparmio (e non semplice intermediazione di pagamenti) a causa della giacenza sul Conto Prestatori Zopa del denaro in attesa di uscire in prestito».

Il problema è divenuto ufficiale con la notifica della fine della scorsa settimana, quando il team di Zopa Italia si è visto recapitare la clamorosa decisione ministeriale. Poche righe, grande contenuto, imprevedibili conseguenze: l’esclusione di Zopa, infatti, non avviene per una qualche motivazione inerente un rischio per gli utenti o una eventuale matrice truffaldina, ma bensì per un vizio strutturale congenito nel sistema del social lending e difforme da quelle che sono le indicazioni della normativa italiana. Zopa ha già garantito l’utenza circa i prestiti in essere e la recuperabilità completa del capitale, ma ogni nuova operazione di prestito o di richiesta è temporaneamente inibita.

Su Zopa non c’è solo intermediazione, ma anche deposito

Grafico del test di Webnews su Zopa.it

Il funzionamento del social lending (“prestito sociale”) è forgiato attorno ad un sistema di incontro tra domanda ed offerta: Zopa funziona come una sorta di eBay del prestito, con il tasso di interesse messo all’asta per favorire l’incontro ottimale tra prestatore e richiedente. In questo meccanismo, però, parte del capitale rimane in una sorta di deposito in attesa di richieste. Nell’immagine precedente, ad esempio, l’evidenza è proprio sul capitale al centro della diatriba: mentre 2003 euro sono già in prestito, 112.7 euro sono in una sorta di “idle” che non comporta costi, non apporta interessi, ma determina agli effetti un piccolo e temporaneo deposito di capitale.

Il problema non è limitato a Zopa, ma è insito nel concetto stesso di social lending:

L’esito della vicenda sembra poter avere duplice direzione: o Zopa riesce ad adeguare la propria architettura così da rientrare nei dettami della normativa e dei requisiti formali richiesti dalla Banca d’Italia, oppure sarà la normativa a dover andare incontro al social lending prevedendo opportune tutele per un sistema ancora nuovo e poco conosciuto. Appare chiaro il fatto che sia molto più semplice per il social lending avvicinare la Banca d’Italia che non viceversa, ma in questo meccanismo le aziende interessate dovranno riuscire a non snaturare la propria alternatività rispetto al sistema bancario tradizionale e, nel contempo, la Banca d’Italia dovrà riuscire a non strozzare un sistema che decine di migliaia di italiani hanno già abbracciato con favore.

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