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Brigate Facebook

Il fuoco incrociato contro Facebook è arrivato al corto circuito definitivo. I gruppi che inneggiano alla violenza si sono moltiplicati sull'onda dell'eco dei media mainstream ed il caso politico diventa un caso sociale. Eppure sarebbe bastato poco...

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Come se ne può uscire? Difficile a dirsi, perchè a dover essere curato non è il caso specifico ma un intero contesto socioculturale che nel 2009 ignora con troppa leggerezza il fenomeno Internet. La soluzione di breve periodo maggiormente prevedibile è la chiusura del gruppo (uno dei tanti) che minaccia l’integrità del Presidente Berlusconi. Con questo intervento Facebook chiude la parentesi, la Polizia Postale dimostra la propria attività, il dibattito politico sposta altrove le proprie attenzioni e gli utenti torneranno presto a inneggiare ad uccisioni multiple sulla spinta degli istinti quotidiani.

Ma non sarà questo palliativo a risolvere la situazione. E se c’è un gruppo che forse dovrebbe far conoscere la propria opinione in proposito è Google, già coinvolto in un caso per certi versi simile. Il tristemente famoso video del ragazzino affetto da Sindrome di Down, infatti, era stato postato su Google Video prima di essere rimosso dall’azione congiunta degli utenti che ne hanno segnalata la non-opportunità. L’analogia è nel meccanismo: un contenuto inopportuno che arriva online, la possibilità di segnalarne la sgradevolezza, l’intervento dei media mainstream che ne moltiplica l’eco sdoganandone definitivamente i contenuti.

Il processo contro Google è ancora in corso e Google sta compiendo un’opera di informazione nei confronti della giurisprudenza per rendere evidente quanto i meccanismi di filtro non possano funzionare, mentre i meccanismi di segnalazione siano maggiormente efficaci. In questo processo si potranno salvare tutti quei servizi che, se gravati da una responsabilità oggettiva sui contenuti degli utenti, chiuderebbero il giorno stesso. Ma l’intervento dei media e della politica rende nullo ogni filtro: comunicare pubblicamente, invece di denunciare privatamente, significa gettare un’occhio di bue su di un fenomeno che altrimenti sarebbe rimasto nascosto, confinato e circostanziato.

Incitare all’odio non è cosa buona. Come non è cosa buona dar voce a chi fa uso di questi improbabili (e inutili, e deleteri) strumenti di protesta. Lo dice la logica con il supporto del buon senso. Ma se si vuole risolvere un problema occorre anzitutto capirlo. E chi capisce questo caso, chi lo capisce davvero, sa che la soluzione era chiara, semplice e disponibile direttamente sulla pagina del gruppo incriminato:

Come segnalare una pagina inappropriata su Facebook

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