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La Chiesa e la Rete

Un importantissimo documento rende manifesto l'approccio odierno della Chiesa nei confronti del Web. E trapela un'apertura insospettabile, una curiosità lucida ed una forte convinzione nell'identificare la Rete come nuova immensa fucina di cultura

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Il ruolo della Chiesa

Dopo aver identificato lo strumento, il documento prosegue cercando di identificare il ruolo che la Chiesa stessa deve tentare di ritagliare nel suo approccio al Web. Ed è una riflessione che va al di là del semplice “bisogna esserci”. «Nella sua storia millenaria la Chiesa ha sempre saputo cogliere la bontà degli strumenti di comunicazione sociale per l’edificazione del genere umano. In non pochi casi ne fu anche una grande promotrice. È nella natura stessa della Chiesa quale comunità dialogante che nasce il suo interesse per i media e per Internet. Essa infatti è consapevole che “una fede che non diventa cultura, non è una fede pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. Ora proprio questo rapporto tra fede e cultura non è altro che un incontro segnato dall’interattività. E proprio l’interattività, è una delle componenti fondamentali che caratterizza questo particolare mondo che chiamiamo Internet. Oggi la Chiesa ha di fronte a sé una nuova sfida: quella innanzitutto di essere presente sulla rete con il suo messaggio di amore. Ma la Chiesa può inoltre essere l’istituzione promotrice di un ethos condiviso. La Chiesa può indicare i criteri etici e morali, universalmente validi, riconoscibili nei valori umani e cristiani, tanto a coloro che usano Internet per svariati motivi (svago, ricerche, informazione?) quanto a chi se ne occupa professionalmente ovviamente nel rispetto della loro autonomia. Se è chiaro che la Chiesa ha un compito ed un dovere nei confronti degli utenti della rete, è realmente necessario che la Chiesa sia su Internet?». La domanda non è certo banale, perché dribbla la banalità di un “si, ovvio” cercando una motivazione vera.

La “necessità” di esserci è un quadro composto da parti molteplici: la necessità di non rimanere ai margini; la necessità di non uscire da un nuovo tipo di dialogo; la necessità di perdere il contatto con la gioventù; la necessità di non risultare antiquati e di non rispondere comunque alla storia solo perchè lo impone il senso comune. «Forse tutto questo è vero, ma certamente non sufficiente. In realtà la Chiesa ha bisogno di internet perché ha una Buona Novella da comunicare; perché è in Internet che è possibile capire e si sta costruendo il modello antropologico dell’uomo di domani»: è questa una considerazione di stima importante, poiché la Chiesa mette la Rete al centro del mondo che verrà. Il modello culturale, insomma, si sta per sostituire a quello precedente e capirne le dinamiche oggi significa non perdere il filo delle comunicazioni con la società che verrà.

Parole ancor più radicali provengono da mons. Jean-Michel di Falco Léandri, presidente della Ceem, il quale introduce la propria analisi partendo da alcuni casi reali del passato nei quali la Chiesa ha dimostrato di non aver esattamente il polso della Rete come luogo di confronto, dibattito e ricerca. Mons. Léandri nella propria analisi impone una sorta di dictat: o si è in Rete o non la si può capire ed ogni posizione intermedia non è accettabile in questa fase di radicale cambiamento: «Non facciamoci illusioni. Non facciamo lo struzzo. Internet si trasforma, trasforma la nostra società e non può non trasformare la Chiesa, non può non trasformare il nostro modo di essere e di agire come Chiesa, con il rischio di non essere più testimoni di Cristo nel mondo di oggi! Con Internet, assistiamo a una rivoluzione copernicana che sta già producendo i suoi effetti sul nostro modo di essere nella nostra relazione con il mondo, nel nostro collocarci nel mondo, nel nostro interagire con il mondo. Qui si inserisce la presa di coscienza della Chiesa istituzionale riguardo all’importanza di Internet. Nessuno dubbio. E a maggior ragione oggi. Ma saper navigare cavalcando l’onda di Internet è tutta un’altra storia. Internet è un rivelatore, un evidenziatore. O sapete comunicare, o non sapete farlo, o siete credibili o non lo siete, o rispondete alle attese o restate nella vostra bolla, o siete un profeta o siete l’ultimo dei Mohicani, o siete vivi o siete dei fossili, o conoscete il linguaggio di Internet o non lo conoscete e non potete comunicare. Paragono spesso la modalità di presenza della Chiesa nel mondo dei media e in Internet a ciò che viene richiesto a un missionario che si accinge a partire per terre sconosciute. Che cosa si chiede ad un missionario prima della sua partenza? Di conoscere la cultura del paese in cui si reca e di apprenderne la lingua. Non dovremmo forse avere lo stesso atteggiamento per ciò che riguarda la presenza nei media?».

La Chiesa su Twitter?

Un giorno la Chiesa sarà anche su Twitter? Perchè no. Nell’analisi di Léandri c’è una chiara cronistoria nella quale si rende evidente come non si tratterebbe né di uno scandalo, né di una rivoluzione, né tantomeno di una cosa strana: la Chiesa ha sempre saputo sfruttare ogni forma d’arte e d’espressione, ha saputo parlare con molti linguaggi e molte modalità, e la Rete altro non è se non un nuovo strumento in grado di aprire a nuove ed ulteriori potenzialità. Per capirlo, però, occorre dimenticare la cultura dei libri e della scrittura, affidandosi ai flussi delle emozioni e dell’informazione “liquida”: «Nuovi linguaggi nascono su Internet, utilizzati dai giovani. Abbreviazioni, foto ed emoticon, schede audio e video la fanno da padrone. La cultura digitale si dota di una propria grammatica, di una lingua in costante e veloce evoluzione (LOL, MDR). La nostra generazione soffre di un’eccessiva tendenza a considerare come superficiale tutto ciò che è breve, istantaneo, basato sull’emozione. Sarà forse perché siamo piuttosto orientati verso lo scritto, i lunghi elaborati, la qualità dell’argomentazione da quegli spessi dossier che dobbiamo affrontare, dai libri di teologia e dalle tesi che abbiamo letto o che ancora leggiamo? Se guardiamo più da vicino, però, la Chiesa nella sua storia non ha considerato come vettori di verità soltanto i lunghi trattati di teologia. Ha saputo esprimere la sua fede in modo conciso e convincente. Basti citare la proclamazione del kerygma negli Atti degli Apostoli. Ha saputo utilizzare forme di comunicazione non verbale. Basti pensare alle icone, agli affreschi e ai mosaici delle nostre chiese, alle vetrate e alle sculture sui timpani delle nostre cattedrali. Ha saputo suscitare emozioni. Basti ascoltare i suoi canti e le sue musiche. Proclamiamo «una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti», ma esistono mille modi di esprimere questa fede. L’aggiornamento chiesto da Papa Giovanni XXIII ci spinge senza tregua a riattualizzare il modo in cui proponiamo la fede alle nuove generazioni».

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