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Spotify, il futuro passa per la Borsa

Spotify si affaccia in Borsa al NYSE con una modalità anomala nel tentativo di dare stabilità al proprio valore per cercare solidità di lungo periodo.

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Spotify cerca fortuna in Borsa. In giornate difficili per i listini tecnologici (tempesta causata da una serie di circostanze quali la guerra commerciale tra USA e Cina, nonché i rumor legati all’autoproduzione Apple di chip sui Mac a partire dal 2020), il più noto tra i servizi di streaming musicale online si prepara ad un passo storico con cui sostenere la crescita delle proprie attività.

Si tratta tuttavia di uno sbarco al NYSE del tutto inusuale. La differenza rispetto a quanto operato da altri gruppi negli ultimi anni è infatti la modalità, che prevede un’offerta diretta (“direct listing“) che consente quindi ad eventuali richiedenti di poter entrare nella proprietà, ed al contempo ad eventuali azionisti di poterne uscire, monetizzando così tutti i rischi fin qui accollati. Tale modalità taglia fuori le grandi banche di investimento il che, secondo molti analisti, è qualcosa di importante a prescindere dal nome in ballo: nelle prossime ore sarà scrutinato un nuovo modo di pensare a Wall Street e l’IPO di Spotify potrebbe dunque avere un significato ben più ampio che non la semplice quotazione del gruppo. Le grandi banche non avranno interesse in questa manovra, ma hanno anzi tutto l’interesse affinché non possa diventare un modello imitabile da altri gruppi che intendono affacciarsi ai capitali del mercato finanziario.

Spotify esce da anni di grande crescita che non hanno però finora consegnato agli investitori alcuna vera redditività: il gruppo è in costante perdita, ma è al tempo stesso sinonimo di streaming in tutto il mondo: il valore del brand e la qualità del servizio sono elementi conclamati. Per contro servizi come Amazon Music sono una minaccia al predominio acquisito, il che impone un consolidamento dell’attività e degli introiti.

Chi ricorda quanto successo negli anni passati, di certo non potrà che ricordare il tentativo di quanti, una volta rilevato il marchio “Napster” , tentarono di trasformarlo nel primo grande servizio di streaming musicale a prezzo fisso sul modello che oggi tutti riconoscono in Spotify. Allora i tempi non erano però maturi ed il fallimento dell’iniziativa fu rapido. Con Spotify il discorso è differente: il numero degli abbonati è subito cresciuto, dopodiché sono iniziati i tentativi per portare l’utenza ad un profilo Premium ed al contempo (proprio alla vigilia dell’IPO) sono stati tagliati fuori tutti coloro i quali accedevano abusivamente alla piattaforma.

La quotazione andrà a diluire la proprietà, offrendo una via d’uscita a quanti hanno scommesso il proprio capitale nel servizio ed ora sono pronti ad alleggerirsi di parte del carico. L’obiettivo dichiarato non è vedere il valore impennarsi (oggi l’azienda è valutata approssimativamente sui 25 miliardi di dollari), ma dare il via ad un percorso di stabilità che confermi la sostenibilità del modello in streaming, che confermi Spotify alla guida di questa rivoluzione e che consolidi i rapporti con le case discografiche, con le quali si giocherà gran parte della profittabilità del servizio.