Facebook, crittografia omomorfica per la pubblicità mirata

Facebook cerca delle soluzioni al “problema” dell’anti tracking pubblicitario senza violare la legge, e pensa anche a WhatsApp.

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La pubblicità in target rappresenta una grossa fetta dei guadagni di Facebook. Logico quindi che le politiche anti tracciamento adottate da Apple e sfociate in particolare nella funzione App Tracking Transparency, o quelle di Google che ha deciso di non vendere più inserzioni pubblicitarie ai propri clienti tracciando il comportamento degli utenti sui siti, cozzino non poco con gli interessi del noto social network.

Allo stesso modo le leggi europee in tema di diritto alla privacy e le varie direttive sulla protezione dei dati personali degli utenti da parte delle Autorità Garanti, costituiscono grossi problemi sempre ai fini di quella pubblicità mirata evidentemente importantissima nel business del gruppo di Mark Zuckerberg. Ecco perché Facebook sta studiando nuove possibilità per “aggirare” certe restrizioni senza violare la legge, affidandosi a soluzioni come la crittografia omomorfica.

Facebook punta su WhatsApp

La crittografia omomorfica è un tipo di crittografia basata su tecniche che permettono la manipolazione di dati cifrati, e per Facebook potrebbe rappresentare la soluzione a uno dei suoi più grandi problemi attuali, come scritto prima, ovverosia quello di poter continuare a guadagnare dalla pubblicità personalizzata sulla base delle informazioni raccolte tracciando le abitudini degli utenti, rispettando però la legge in materia di privacy.

In quest’ottica sarebbe stato quindi formato un team di ricercatori esperti di intelligenza artificiale che si sta concentrando in particolare su WhatsApp, cercando di analizzarne il contenuto dei dati condivisi tramite crittografia end-to-end senza decrittografarli. Se la loro ricerca dovesse dare esiti positivi, per la società di Zuckerberg si aprirebbero le porte di un sistema che permetterebbe a Facebook di indirizzare gli annunci basati su messaggi WhatsApp crittografati in assoluta tranquilità.

In questo modo, infatti, non violerebbe il Regolamento generale sulla protezione dei dati, che definisce i requisiti dettagliati per le aziende e le organizzazioni in materia di raccolta, archiviazione e gestione dei dati personali, in quanto non utilizzerebbe delle vere e proprie tecnologie di tracking, ovvero quelle che studiano le abitudini degli utenti mentre navigano su Internet, né condividerebbe le informazioni ricevute con gli inserzionisti. E anche se il responsabile di WhatsApp, Will Cathcart, ha per ora negato su Twitter l’interesse della piattaforma di messaggistica istantanea per questa tecnologia, la sensazione di molti è che in realtà qualcosa bolli davvero in pentola.

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