Lo standard si chiama DVB-I, e la sua logica è semplice quanto radicale: fare zapping da un canale all’altro significa passare da uno con sorgente l’antenna a uno con sorgente internet senza nemmeno accorgersene. L’utente non gestisce più la provenienza del segnale. Il televisore lo fa in automatico.
Il DVB-I unifica canali via internet e canali via antenna o satellite in un’unica lista, rendendo trasparente l’origine del segnale. In più, se la connessione internet è instabile, il sistema ripega sul segnale digitale terrestre per garantire continuità — e viceversa, se si interrompe il flusso dall’antenna, il sistema commuta su quello web. Non è uno streaming né una televisione tradizionale: è un ibrido gestito in tempo reale dall’apparecchio.
Non servirà più cercare i canali sulla TV
Uno degli effetti meno discussi ma più concreti riguarda le abitazioni senza antenna. Il DVB-I consente di vedere i canali del digitale terrestre anche su televisori non collegati ad antenna esterna — per esempio nella camera dei ragazzi sprovvista di presa antenna dove arriva solo il wifi domestico. In pratica, l’accesso alla televisione gratuita smette di dipendere dall’impianto fisico.

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La sperimentazione italiana è già in corso. I canali DVB-I in fase sperimentale appaiono nella numerazione sopra il 500: Canale 5, per esempio, si trova al 505, integrato con quelli del digitale terrestre. I televisori compatibili sul mercato sono ancora pochi, ma l’elenco è in espansione.
Dentro questa lista unificata compare anche una categoria di contenuti che molti non si aspettano di trovare nel telecomando: i canali FAST, acronimo di Free Ad-supported Streaming TV. Si tratta di canali tematici — documentari, serie TV vintage, cinema d’azione, cartoni animati — che appaiono direttamente nella lista canali principale, mescolati a quelli generalisti. L’utente li scopre facendo zapping, senza bisogno di password o configurazioni. È la logica opposta rispetto alle piattaforme streaming: nessun account, nessun abbonamento, nessun menu da navigare.
Per molti versi il DVB-I ricorda i servizi IPTV già presenti su alcuni televisori come LG Channels e Samsung TV Plus. La differenza è che al posto di un’app proprietaria, troviamo un “tuner software” indipendente e aperto a tutti i broadcaster e ai fornitori di contenuti che sceglieranno di adottare lo standard. Nessun ecosistema chiuso, nessuna dipendenza da un singolo produttore.
Il punto contro-intuitivo è che questo standard, pensato per semplificare l’esperienza dell’utente, sposta una complessità enorme sul lato tecnico. Le future versioni dell’HbbTV sono già orientate verso l’utilizzo congiunto con il DVB-I: non avranno più bisogno di un flusso di trasporto dedicato terrestre o satellitare, ma saranno completamente autonome per integrarsi con il flusso IP.
Dal punto di vista dell’esperienza quotidiana, il cambiamento è radicale proprio perché non si vede. Nessun menu da cambiare, nessuna sorgente da selezionare. Nel maggio 2026, la risintonizzazione automatica dei canali è già prassi ordinaria sul digitale terrestre italiano — ma quello che verrà dopo è un sistema che si aggiorna da solo, sceglie la rete migliore e non chiede all’utente di sapere da dove arriva il segnale. La domanda che rimane aperta è chi controllerà la lista canali unificata, e secondo quali criteri.