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Processo a Google, il giorno dopo

A 24 ore dalla sentenza contro Google occorre raccogliere due importanti prese di posizione. La prima è quella di Reporter Senza Frontiere, pronta a lanciarsi contro il pronunciamento del giudice. La seconda è quella dell'associazione Vividown

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A 24 ore dalla sentenza che ha visto riconosciuta la colpevolezza di 3 responsabili Google per il caso relativo a Google Video, sono 2 le posizioni che occorre mettere in evidenza. La prima è quella di Reporter Senza Frontiere, autorevole riferimento da cui giunge un’opinione riassuntiva che ben raccoglie la complessità delle contestazioni sollevate sulla decisione del giudice; la seconda è quella dell’associazione denunciante (Vividown), il cui commento conclusivo è stato dai più ignorato ma che merita invece relativa analisi.

Reporter Senza Frontiere condanna senza appello la sentenza. Il focus viene spostato seduta stante dal caso specifico ad una condizione generale, poiché il modo in cui si è espresso il tribunale viene visto come una autentica minaccia alla libertà di espressione sul Web mediante un bavaglio alle maggiori piattaforme di pubblicazione. Recita la comunicazione ufficiale dell’associazione, così come tradotta dalla sezione italiana: «Pur condannando la diffusione di un video del genere, riteniamo che i veri colpevoli siano gli autori dei soprusi e coloro che hanno realizzato il filmato e non coloro che hanno fornito gli strumenti per metterlo online. Google ha rapidamente ritirato il video che ne era stata segnalata la sua esistenza. Se i giudici avevano intenzione avviare in questo modo un dibattito sul rispetto della privacy su Internet, argomento della massima importanza, hanno scelto male il loro cavallo di battaglia […] Questa condanna purtroppo instaura di fatto una necessità di controllo a priori sulla pubblicazione di video e per questo è un colpo grave alla libertà di espressione. La sentenza costituisce un grave precedente, proprio in quanto è stata presa in un paese democratico».

Il comunicato passa quindi al contrattacco, tirando in ballo anche una questione differente ma parallela: «Non è la prima volta che la libertà di espressione su Internet viene minacciata in Italia. Questa condanna avviene in pieno dibattito sul nuovo progetto per il decreto legislativo proposto da Paolo Romani, viceministro delle Comunicazioni, nel gennaio scorso. Questo decreto mira a obbligare i siti di diffusione di video ad ottenere una licenza ufficiale, instaurando così un sistema di autorizzazione che viene prima dell’esercizio della libertà di espressione. Con la scusa di proteggere i diritti d’autore, soprattutto quelli dei canali televisivi controllati dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il governo si arroga il controllo diretto sulle televisioni indipendenti trasmesse via web».

L’Associazione Vividown, nel contempo, intende smarcarsi dalle polemiche. Come più volte sottolineato già in passato, le finalità dell’associazione sono nella protezione del ragazzo e tutto il resto è una sorta di effetto collaterale che Vividown non ha direttamente inseguito. Rimane però il fatto che sia in seguito alle pressioni della Vividown che il tutto ha preso corpo, poiché la famiglia del ragazzo vittima delle violenze prima e del video poi si è fatta da parte anzitempo. Ora l’associazione festeggia la propria vittoria, ma dovrà presumibilmente preparare presto le risposte all’appello dei legali di Mountain View: «L’associazione Vivi Down esprime la propria soddisfazione per la sentenza di oggi, in quanto viene riconosciuta l’importanza del diritto delle persone alla privacy, che era il motivo principale per cui era stata intentata la causa. Come più volte ribadito, il fine non era quello di censurare la libertà di espressione su internet, ma quello di ottenere una pronuncia che riconoscesse la tutela ai diritti fondamentali delle persone, tra i quali rientra il diritto alla privacy. Quando fra tre mesi verranno depositate le motivazioni della sentenza le leggeremo con attenzione per comprendere il percorso logico argomentativo seguito dal giudice per pronunciare una sentenza così importante».

Tre mesi, quindi, per capire la natura profonda della sentenza partorita dal tribunale. Dopodiché Google potrà iniziare a ragionare per sviluppare l’appello in difesa di servizi quali Blogger, YouTube e più in generale dell’intera Rete italiana. In ballo, va ricordato, c’è una condanna per violazione della privacy e non per diffamazione: è questo un distinguo fondamentale per intuire quelli che saranno i contenuti della sentenza pronunciata.

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