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Associated Content: tutti giornalisti, nessun giornalista

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Si chiama Associated Content e ha appena fruttato al suo fondatore, Luke Beatty, la cifra record di 90 milioni di dollari, grazie all’acquisizione da parte Yahoo, colosso del media online.

Beatty rischia di diventare uno dei personaggi più antipatici del citizen journalism americano, perché in un colpo solo ha smontato due teorie: la difficile redditività dell’informazione online, e il ruolo centrale del giornalista nella sfera dell’informazione.

Associated Content fa un mucchio di soldi e produce molta informazione nel Web senza appartenere ad alcuna parrocchia giornalistica. Com’è possibile?

La piattaforma, nata nel 2004, pubblica e distribuisce contenuti originali di oltre 380.000 free lance, che producono 50.000 nuovi articoli al mese, ed è stata capace nel 2010 di superare il sito del New York Times nel numero di visitatori unici.

Quella che il fondatore Beatty, uno che viene dal mondo dei motori di ricerca, chiama “People’s Media Company“, è una società piccola per gli standard americani (50 dipendenti sparsi tra Denver e New York), ma che secondo Yahoo è destinata a crescere in maniera esponenziale.

Il trucco sta nella semplicità di utilizzo e nella forte condivisione dei contenuti. In Associated Content ti iscrivi, produci contenuti e vieni pagato per quello che scrivi e tutto quello che viene prodotto viene distribuito attraverso la piattaforma. Perciò tutti sono giornalisti, e secondo i detrattori così è come se non lo fosse nessuno.

Il critico di Slate, Farhad Manjoo, ci va però giù duro.

È una terra desolata di cattiva scrittura e commenti disinformati, una sorta di comica recita di giornalismo che otterresti in seconda elementare.

Sarà, ma questi contenuti hanno trovato uno spazio, e soprattutto un mercato. Negli USA, in quegli stessi giorni in cui Yahoo e AOL gareggiavano per accaparrarsi la piattaforma, un giornale storico come Newsweek era ufficialmente fallito. Tutto sta a vedere, quindi, che tipo di qualità potrà garantire Associated Content.

Spesso i video, certi articoli, assomigliano più al gonzo journalism piuttosto che al citizen journalism. Non c’è dubbio, inoltre, che parte del suo successo sia dovuto al gossip e a una spregiudicata titolazione rivolta al ranking dei motori di ricerca. Ma ha tracciato una strada, e ha un modello di business che sta in piedi. Mica poco.

In attesa che sbarchi anche in Italia, per ora solo i cittadini americani possono essere pagati per i loro articoli, possiamo orientarci verso progetti simili, come YouReporter, oppure all’esempio più noto di crowdfunding, Spot.Us, dove però c’è una redazione di controllo ed è richiesta una preparazione professionale.

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